Non starò a raccontarvi delle storie

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EINAUDI 1978, Benjamin, Atget, Berenice Abbott e la RECHERCHE

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

QSSP#1.2:

7 copertine per Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

di Massimo Scotti

(Una breve, parziale, immersione nel té; la letteratura cambiò per sempre. Oggi, cent’anni fa.

Evviva! Cent’anni dalla prima pubblicazione è un bell’anniversario da festeggiare. La Recherche ci ha cambiato tutte e tutti, che la si sia letta o meno, che la si sia annusata e lasciata lì o letta invece dalla prima pagina all’ultima e poi cercato ancora ogni riga scritta dal Marcel mai saziandosene. Senza la Recherche di Proust il critico gastronomico Anton Ego non avrebbe avuto la sua madeleine incarnata in un boccone di Ratatouille.

La Recherche è impossibile da leggere, oggi. La sua mole, le sue frasi che sembrano non finire mai. Eppure, proprio oggi, quando leggerla sembra essere diventato un atto estremo può essere più che mai necessario. La Recherche può essere il baluardo, la fortezza che ciascuno di noi sa che un giorno può alzare per difendere la natura fluida e maestosa del tempo, sbriciolato dalla nostra passione trionfante per la distrazione.

Così, approfittando dei cent’anni, FN apre una nuova rubrica, affidata alle esperte mani di Giuseppe Girimonti Greco e

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Mariolina Bertini cui si affiancheranno altre mani e altre voci. Una rubrica che ospiterà cose diverse fra loro, pezzi difficili e frammenti d’occasione, materiali recuperati che si pensavano perduti, appunti, giochi, che, sia che noi si sia folli di Proust sia che noi si sia sospettosi e scettici, sappia tenerci nei pressi, tenerci in allerta, a dirci che Alla ricerca del tempo perduto è là, per noi, da cento anni.

Naturalmente, si comincia parlando di copertine)

qui la prima parte del saggio di Massimo Scotti,

uscita il 14 novembre 2013:

1: Intro

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

(Cent’anni fa, ma proprio cent’anni giusti, il 14 novembre 1913, usciva a spese dell’autore il primo volume di un ampio ciclo romanzesco, A la recherche du temps perdu, Alla ricerca del tempo perduto. Quell’autore era Marcel Proust e il titolo di quel primo volume era Du côté de chez Swann, tradotto da Natalia Ginzburg come La strada di Swann [Einaudi, 1946] e da Bruno Schacherl [Sansoni, 1946] (curiosamente) come Casa Swann.

Vari editori avevano garbatamente rifiutato il manoscritto. André Gide, che aveva espresso un parere negativo per conto di un editore prestigioso, non si perdonò mai di aver commesso “il più grande errore della sua vita”, ma il tempo – galantuomo – ha vendicato Proust: se Gide vanta ormai ben pochi lettori, l’autore della Recherche è ancora oggi misteriosamente di moda; misteriosamente perché Quello Strano Signor Proust non è certo uno scrittore ‘semplice’, anzi, la sua scrittura rifugge dalla semplicità.

In tempi di concisioni estreme, di riduzioni di tutto al cicaleccio di twitter, è difficile pensare a un autore più lontano da un mondo che gli avrebbe fatto semplicemente orrore.

Il testo che abbiamo scelto per festeggiare a modo nostro la ricorrenza parla di una splendida edizione Einaudi della Ricerca, impreziosita da apparati critici di Mariolina Bertini, e uscirà in quattro puntate.

Ringraziamo sentitamente l’editore Le Cariti di Firenze, e in particolare Mascia Cardelli, per averci accordato il permesso di riprendere in questa sede un’intera ‘voce’ del volume Proust e gli oggetti (a cura di G. Girimonti Greco, S. Martina e M. Piazza, 2012).

Il titolo che è stato scelto per questa nuova rubrica di FN è un omaggio a uno dei più bei libri che siano mai stati scritti sul nostro festeggiato (Céleste Albaret, Monsieur Proust, Paris, Laffont, 1973). Ma sulla ‘stranezza’ del Signor Proust – queer o non queer, questo è il dilemma – ancora molto ci sarebbe da dire… Buona lettura

[Giuseppe Girimonti Greco, Massimo Scotti]

Proust e gli oggetti, a cura di G. G. Greco, S. Martina, M. Piazza. Le Cáriti Editore 2012. Impaginazione e grafica: DMD. Copertina (part.), 1

Angeli veglianti

Le sette copertine della Recherche

nell’edizione Einaudi del 1978

2: Benjamin, Atget e Berenice Abbott

Già durante la guerra, presso la casa editrice Einaudi, è al lavoro un’alacre ‘officina Proust’. Natalia Ginzburg, a cui si deve la prima e più bella versione italiana di Du côté de chez Swann (La strada di Swann, 1946), ricorda la sua impresa di traduttrice in uno scritto esemplare per chiarezza e intensità, pubblicato inizialmente nel 1990 [3] e poi nell’edizione della Recherche Einaudi, in volume unico, del 2009.

[3] Natalia Ginzburg, Postfazione, in Marcel Proust, La strada di Swann , trad. it. di N. Ginzburg, Torino, Einaudi, “Scrittori tradotti da scrittori”, 1990, pp. 557-564

Vengono tradotti, negli anni successivi, non solo i restanti volumi della Recherche ma anche altre parti del macrotesto proustiano, così come alcuni fra i più importanti contributi critici sull’autore: sono del 1959 i saggi di Leo Spitzer e del 1967 la traduzione einaudiana di Deleuze (Marcel Proust e i segni).

Seguono La musica in Proust di Luigi Magnani (1978), il trattamento cinematografico di Harold Pinter (Proust, una sceneggiatura, 1987), la Stanza 43 di Mario Lavagetto (1991), Proust fra due secoli di Antoine Compagnon (1992) e infine il volume che comprende Tutti gli scritti su Proust di Giovanni Macchia (1997). Escono intanto, fra le varie edizioni (nei “Supercoralli”, nei “Millenni”, nella “Nuova Universale”), anche i sette volumi in cofanetto della collana “Gli struzzi” (1978), e sono quelli che ci interessano.

Sempre per i tipi di Einaudi vengono stampati autori che hanno Proust come costante riferimento (Roland Barthes) e saggi meravigliosamente irriverenti che illustrano la moda ossessiva di mangiare madeleines (Certi romanzi di Arbasino, 1964).

Ma c’è un’altra ‘officina’ all’opera, proprio in quegli anni, con analoga laboriosità: quella benjaminiana. A partire dal 1962, quando viene pubblicato Angelus novus, l’Einaudi si impegna nella diffusione di Benjamin, che avrà una vasta fortuna in Italia, grazie anche alle ripetute e sempre più ampie edizioni dei Passagen-Werk (da Parigi capitale del XIX secolo ai “Passages” di Parigi). Traduttore e attento studioso di Proust, Walter Benjamin è anche uno dei due angeli veglianti sulla fama di Atget. L’altro è Berenice Abbott, la fotografa americana che ne salvò l’opera dalla dispersione e che riconobbe nell’oscuro maestro di immagini un insolito pioniere del visibile.

Scorrendo i lacerti biografici di Eugène Atget nelle storie della fotografia, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, scopriamo che il mito dell’artista ignoto o misconosciuto si va almeno in parte ridimensionando. Certo è che, durante la sua vita, in pochi riconoscevano Atget come un fondatore dell’arte fotografica. Nasce nel 1857; da Libourne, sua città d’origine, si stabilisce a Parigi dopo aver fatto il marinaio, l’attore e il pittore; in rue Campagne-Première, nella capitale, ha il suo laboratorio, dove dal 1898 comincia a realizzare le vedute di Parigi che venderà a collezionisti, antiquari e musei; nel 1899 si trasferisce a Montparnasse, dove muore nel 1927. Se confrontiamo i primi dati raccolti dagli studiosi con le ricostruzioni di poco successive e poi con i testi più recenti, possiamo notare un rapido approfondimento delle ricerche sulla sua vita e una certa variazione di prospettiva. “Era un fotografo commerciale che lavorò a Parigi e dintorni per più di trent’anni”, scrive John Szarkowski nel 1981. “Quando morì la sua opera era parzialmente nota a pochi archivisti e artisti che condividevano il suo interesse per la registrazione visuale della cultura francese. Poco si sa della sua esistenza e ancor meno dei suoi intendimenti, eccetto quanto può essere dedotto dalle sue opere. Nella sua vita Atget fece forse diecimila fotografie [4].

[4] John Szarkowski, Introduction, in The Work of Atget, 4 Volume Set, Photographs by Eugène Atget, Text by John Szarkowski and Maria Morris Hambourg, The Museum of Modern Art, New York, 1981-1985, vol. I, Old France, 1981; trad. it. Atget e l’arte della fotografia, in L’opera di Atget, vol. I, Vecchia Francia, Milano, Idea Editions, 1981, p. 12.

Così Romeo Martinez e Ferdinando Scianna, nel 1983: “Ancora pochi anni fa uno studioso della fotografia francese poteva affermare sulla vita di Eugène Atget non era possibile scrivere più di venti righe. Oggi conosciamo un certo numero di scarni fatti e alcune testimonianze, spesso, peraltro, fra loro contraddittorie” [5].

[5] Romeo Martinez e Ferdinando Scianna, Fotografo di una Parigi perduta, in Eugène Atget, Milano, Fabbri, “I grandi fotografi”, 1983, p. 4

Martinez e Scianna sottolineano il grande amore di Atget per il teatro, che non gli offrì denaro o successo, ma qualcosa di molto più importante: un amico fraterno, l’attore André Calmettes, e l’amore per Valentine Compagnon, in arte Delafosse, che sarebbe diventata sua moglie.

Nel Dizionario di fotografia Einaudi (2008) si specificano alcuni dettagli tecnici relativi al suo lavoro: usava una fotocamera di legno a soffietto, con semplice obiettivo veloce o grandangolare, con cui realizzava impressioni su lastre di vetro a emulsione di bromuro d’argento (dalle dimensioni di 18 per 24 cm.) e vendeva stampe a contatto, all’albumina o al citrato, sviluppate con l’aiuto della moglie [6].

[6] Peter Hamilton, voce “Atget” in The Oxford Companion to the Photograph, a cura di Robin Lenman, Oxford University Press, 2005; ed. it. a cura di G. D’Autilia, Dizionario della fotografia, Torino, Einaudi, 2008, vol. I, pp. 51-52.

Ebbe, fra l’altro, l’idea di fotografare le vetrine per poi vendere le stampe ai negozianti come foto ricordo. Si scopre che, fra gli acquirenti delle sue opere, c’erano anche personaggi illustri (o divenuti poi tali) – Derain, Utrillo, Matisse, Bracque, Picasso, Victorien Sardou – e istituzioni pubbliche: i Monuments Historiques, il Musée Carnavalet e la Bibliothèque Nationale compravano le sue lastre e le sue stampe come documenti storici, sia pur pagandole una miseria. Nel 1920 vendette al Musée des Beaux Arts 2600 lastre con immagini di una Parigi appena scomparsa sotto i bombardamenti. I surrealisti degli anni Venti lo ritenevano un genio naïf, come Rousseau il Doganiere. Man Ray, Breton e Pierre MacOrlan notano l’originalità delle sue vedute di Parigi. Per quanto anonimi, quattro scatti di Atget compaiono sulla Révolution surréaliste del 1926.

Nello stesso anno, fatidico per lui, Atget incontra Berenice Abbott, assistente di Man Ray, che esegue l’unico ritratto oggi noto del fotografo e acquisterà i materiali contenuti nel suo studio dall’esecutore testamentario, l’amico Calmettes. È la Abbott a custodire la raccolta pressoché intatta per quarant’anni, fino alla vendita, avvenuta nel 1968. Da quella data, una parte delle lastre passa in America, al Museum of Modern Arts di New York (MoMa), dove va a costituire il fondo Abbott-Levy [7], mentre ottomila negativi restano in Francia, presso varie istituzioni pubbliche.

[7] Il secondo nome è quello di Julien Levy, che acquistò una compartecipazione nella proprietà del fondo già dal 1930.

Berenice Abbott non si accontenta di preservare l’opera di Atget dall’oblio e dalla dispersione, ma fa di tutto per diffondere la leggenda dell’artista, e proprio a lei si deve la conoscenza di Atget da parte di Benjamin, che ha modo di vedere una serie di riproduzioni scelte proprio dalla Abbott e pubblicate in volume [8].

[8] Eugène Atget, Lichtbilder, eingeleitet von C. Recht, Paris-Leipzig, Henri Jonquières, 1930.

Benjamin parla di Atget come di “un Busoni della fotografia” e usa due metafore per definire la sua opera, curiosamente legate, entrambe, all’igiene e alla cura di sé:

Atget era un attore che, disgustato dai maneggi inerenti al suo mestiere, si tolse la maschera e poi si diede a struccare anche la realtà [9].

[9] Walter Benjamin, Kleine Geschichte der Photographie (pubblicata originariamente in “Die literarische Welt”, in tre numeri successivi: 19 e 25 settembre, 2 ottobre 1931), in W. Benjamin, Gesammelte Schriften, hrsg. Von R. Tiedemann und H. Schweppenhäser, 7 voll., Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1972-1989, Bd 2.1, 1980, pp. 368-385; trad. it. di E. Filippini, Piccola storia della fotografia, in W. Benjamin, Opere complete, a cura di E. Gianni, Torino, Einaudi, 2000-, vol. IV, Scritti 1930-1931, 2002, p. 484

Le fotografie parigine di Atget precorrono la fotografia surrealista […]. Atget è stato il primo a disinfettare l’atmosfera stantia che la ritrattistica del periodo della decadenza aveva diffuso. Egli ripulisce questa atmosfera, anzi la disinfetta: introduce la liberazione dall’oggetto dalla sua aura, ed è ciò che costituisce il merito indiscutibile della più recente scuola fotografica [10].

[10] Ivi, p. 485.

Della vetusta geografia urbana, Benjamin nota che Atget “perseguiva gli elementi dimessi, spariti, svaniti” [11].

[11] Ibidem.

L’intento del fotografo consisteva nel recupero dell’epoca pre-haussmanniana, dovunque se ne potessero trovare i relitti. Eseguiva il suo lavoro sul far del giorno, quando le strade erano ancora deserte, nella Parigi delle vecchie strade, dei parchi e delle perfierie. Non solo a Parigi ma anche a Versailles, Saint-Cloud, Scéaux, Beauvais, Rouen, Amiens.

Quasi tutte queste immagini sono vuote. Vuota la Porte d’Auteuil, vuoti gli scaloni d’onore, vuoti i cortili, vuoti gli scaloni d’onore, vuote le terrazze dei caffè, vuota, come si conviene, la Place du Tertre. Tutti questi luoghi non sono solitari, bensì privi di animazione; in queste immagini la città è deserta come un appartamento che non ha ancora trovato gli equilibri nuovi. Sono queste le opere in cui prefigura quella provvidenziale estraniazione fra il mondo circostante e l’uomo, che sarà il risultato della fotografia surrealista [12].

[12] Ivi, p. 486.

Il vuoto, lo smascheramento, la cancellazione del trucco, la disinfezione. Ma soprattutto il vuoto. Sono gli stessi punti verso cui tende il multidirezionale disegno proustiano.

Benjamin non aveva visto le fotografie in cui Atget riprende anche esseri umani, ma la sua opinione non sarebbe probabilmente cambiata: la bambina sorridente sul portone di Rouen, in una fotografia del 1907 o del 1908, assomiglia a una delle gemelle che compaiono per incanto nei corridoi deserti dell’Overlook Hotel di Shining, e la vecchia che si affaccia al balcone dell’antico collegio Saint-Michel (Parigi 1900) pare esalata dall’ombra che la attornia, come un vero e proprio fantasma [13].

[13] Entrambe le fotografie sono conservate presso gli Archives Photographiques des Monuments Historiques di Parigi (cfr. il citato libro su Atget a cura di Martinez e Scianna, pp. 25 e 63).

I camerieri dei bistrot A l’Homme Armé a Au petit Dunkerque sembrano rispettivamente uno splendido manichino e l’ectoplasma di una photographie spirite [14].

[14] Ivi, p. 55.

L’ombra di Atget bisbiglia, attraverso le sue immagini: “Questo è un mondo perduto”.

Angeli veglianti

Le sette copertine della Recherche

nell’edizione Einaudi del 1978

2: Benjamin, Atget e Berenice Abbott

 

Le sette copertine

Senza titolo

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Senza titolo

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

Il ritratto di Proust, logo della serie, è di Paola Monasterolo

I volumi fotografati sono stati gentilmente prestati a FN da Camilla Vallet

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