Non starò a raccontarvi delle storie

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Drop City / Pietro Grandi

Futureworld 

di Pietro Grandi

21. Drop City

Peter Rabbit, “Drop City”, The Olympia Press Inc., 1971

Stiamo cercando di essere strumenti di forze cosmiche che lavorano all’interno dell’ordine della natura. Noi crediamo che la terra, l’aria, il fuoco, l’acqua appartengano a tutti e non possano essere acquistati o venduti, o di proprietà. Siamo rivoluzionari totali; siamo uomini liberi che vivono in parti uguali con creature libere in un universo libero.”

(The Droppers)

Drop City è il nome della prima comune hippie abitata dai Droppers, una comunità di artisti – tra i quali Clark Richert, Gene Bernofsky, JoAnn Bernofsky e Richard Kallweit – che nel maggio del 1965 fondò la città nei pressi di Trinidad, in Colorado. La loro società era ispirata e incoraggiata dagli studi di Buckminster Fuller e Steve Baer sulle cupole geodetiche, che prevedevano di riciclare lamiere o cofani di automobili e legno per poterci abitare. Questo esperimento portò alla creazione di alloggi con meno di 1000 $, e la comune divenne meta di pellegrinaggio per migliaia di turisti intenzionati ad incontrare una comunità artistica viva e in movimento. Nel 1967 Drop City vinse il premio Dymaxion di Buckminster Fuller come città innovativa ed economica per la costruzione di alloggi.

A narrare le vicende di questa comune fu lo scrittore Peter Rabbit, pseudonimo dato dagli abitanti della comune, che si appropriò di questo luogo all’inizio del 1966. All’interno del suo Rabbit Hole, una tana-cupola che la comunità costruì per lui e la sua famiglia, scrisse articoli come se fosse il capo della comune, inventando racconti che molte volte risultarono poco graditi alla comunità. All’inizio del 1967 gli venne l’idea di organizzare un festival, il “Joy Fest”, intriso di droghe, rock & roll e dropper art. La comunità ebbe il compito di ospitare chiunque volesse abitarci, ascoltare musica, imparare filosofia o discutere di arte. Un giornalista del TIME Magazine rimase incuriosito da questo personaggio e dalla comunità e ne scrisse un articolo, immortalandone le vicende e le visite di famosi artisti e filosofi quali Bob Dylan, Timothy Learly, Billy Hitchcock, Richard Alpert, Jim Morrison e Peter Fonda.

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[Intento di FN è stato, da subito, quello di costruire archivi; dei fondachi di materiali che trasportassero in rete quel che la rete fa sparire: la carta. C’è una separazione radicale e mal segnata fra il cartaceo e il virtuale. In rete se si cerca la carta non la si trova, si trovano le parole che la carta portava su di sè, ma niente che ci dica dove fossero quelle parole, che aspetto avesse l’oggetto che le conteneva. Chi volesse studiare ora editoria in rete trova ben poco, se non parole, che non bastano. Questa nuova serie, Futureworld, a cura di Pietro Grandi, interpreta al meglio quell’intento che FN insegue da sempre. (N.d.D.) ]

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