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Crinali, di Giovanna Zoboli

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di Giovanna Zoboli

4 / Crinali

La prima vacanza che ho trascorso nella mia vita è stata, appena nata, sull’Appennino modenese dove la famiglia di mio padre ha una casa dalla metà dell’Ottocento circa. Qui poi avrei trascorso parte di ogni estate praticamente fino a oggi. Di quei primi anni, ricordo il lettino di vimini in cui dormivo, che aveva le sponde con una stoffa di papaveri e fiordalisi. In nessun modo questi luoghi erano turistici, allora, se non per gli abitanti della pianura emiliana che d’estate in queste zone che chiamano “montagna”, venivano a stare al fresco. Vacanze che il più delle volte non consistevano in altro che mettere una sedia fuori dall’uscio e stare all’aria, a guardare mosche e nuvole.
Ricordo gite estive a trovare zii e zie, cugini e cugine modenesi in località sparse sulle colline, lungo strade tortuose che mi sembravano lunghissime e che parecchi anni più tardi avrei raggiunto, invece, su una bici da corsa. Le zie, mi sembrava, erano anzianissime, avevano qualche pelo sul mento, mangiavano montagne di tortellini ed erano piuttosto allegre. Non mi capacitavo di tutta questa allegria che a Milano era una modalità psichica del tutto sconosciuta.

Anche la nostra casa estiva era allegra. Avevamo uno zio enorme, romagnolo, con baffi ispidi, che russava come un orco, ci dava dolorosi pizzicotti e ogni tanto arrivava da luoghi misteriosi con regali imprevedibili, come grossi conigli d’angora con gli occhi iniettati di sangue. Con mia sorella passavamo ore impegnate in studi naturalistici, in particolare presso uno stagno dove abitavano rane a ogni stadio di sviluppo. Quando ci stufavamo degli anfibi, allestivamo spettacoli circensi a cui tutte le amiche di nostra nonna erano obbligate ad assistere. Erano così genuinamente candide che l’anno in cui invece dello spettacolo allestimmo un casalingo castello delle streghe si spaventarono davvero all’apparire di una di noi vestita da fantasma. Una di loro si chiamava Signorina Vivaci, e si lamentava di tutto, in continuazione, soprattutto dei piedi, afflitti da mali dai nomi incantevoli, come occhi di pernice. Quando arrivava a trovare la nonna, mio padre e mia madre resistevano pochissimo in salotto e, colti da crisi di risa incontenibili, si chiudevano in qualche stanza a ridere alle lacrime. In quel salotto appresi le gioie delle caramelle Rossana, avvolte in una plastichina bordeaux traslucida, di cui mia nonna era instancabile consumatrice.

A parte le caramelle, la nonna era severa, la annunciava il rintocco di un bastone che usava a causa di un problema all’anca, il quale, battuto sul pavimento risuonava cupamente attraverso la fuga delle stanze. Le piaceva stare alla finestra, la sera, a commentare il passeggio nel centro del paese, abitudine per cui in gioventù era stata ripresa dal parroco. Sotto i gomiti, per appoggiarsi metteva un cuscino che credo risalisse all’anno di costruzione della casa, impervio all’usura del peso e dei pettegolezzi. La zia e la nonna dormivano insieme, in una grande stanza, in un letto matrimoniale immenso fronteggiato da un gigantesco armadio scuro dove mia sorella era convinta abitasse una mucca. Lo zio, a causa del russare, era confinato in uno stanzino adiacente, in un letto minuscolo. Tutti e tre, prima di andare a letto, si sistemavano i capelli in una retina, così da non perdere la piega durante il sonno. La mattina, io e mia sorella andavamo nel letto matrimoniale a fare domande sulla mucca e a odorare il profumo di cipria che emanava da quelle due creature lattee e desuete. Poco dopo, arrivavano la Pina e la Emma, madre e figlia, a fare le pulizie e a cucinare cose sublimi. Il culmine della gioia per noi era pranzare, anziché in sala, in cucina con la Pina che aveva sedici anni, era sempre innamorata di cantanti e ragazzi, indifferentemente, e rideva senza freni per qualsiasi cosa.

Appena un po’ più grande, scoprii che oltre lo stagno, la campagna e il paese, la via Giardini, che era quella su cui stava casa nostra, proseguiva fino a Lucca. Avevo sempre pensato che il nome via indicasse una strada in un contesto urbano. Rimasi stupefatta scoprendo che andando dritti e uscendo dal paese si potesse addirittura arrivare in un’altra regione. Toscana ed Emilia confinano in questo modo sull’Appennino: lungo un’onda di colline che si alza progressivamente e senza dare nell’occhio arriva ai 2000 metri. È la zona dei crinali.
I crinali sono pelati, ventosi, hanno sentieri stretti fra l’erba bassa, ci si incontrano greggi, e ci si può camminare su per ore, guardando di qua e di là, ai due versanti che sono diversi come due fratelli che si detestino. Da una parte, la valle larga con le faggete e poi i querceti e i campi coltivati, gentili e azzurri che digradano fino a Modena; dall’altra, pendii ripidi e sassosi, forre boscose e dirupi scoscesi che si perdono verso Lucca in una morfologia tormentata. Nelle giornate limpide, da lì si avvista il luccichio del Tirreno. Non so quante volte ci ho camminato. Milioni. Quando sono su quel confine mi sento come un animale nell’ambiente in cui la propria specie vive da alcune ere geologiche. Tutto è dove deve stare e come deve essere.
Capii poi, del tutto casualmente, che quei due fratelli-versanti in lotta condividevano le medesime estasi. A rivelarmelo fu Vincenzo Cardarelli in una poesia che si intitola “Sera di Gavinana”, località nei pressi di San Marcello Pistoiese dove nacque mio nonno paterno, signore distintissimo identico a Hồ Chí Minh. A un certo punto questa poesia dice:
“E tutto quanto a sera,/grilli, campane, fonti,/fa concerto e preghiera,/trema nell’aria sgombra./Ma come più rifulge,/nell’ora che non ha un’altra luce,/il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino./Sui tuoi prati che salgono a gironi,/questo liquido verde, che rispunta/fra gl’inganni del sole ad ogni acquata,/al vento trascolora, e mi rapisce,/per l’inquieto cammino,/sì che teneramente fa star muta/l’anima vagabonda.

Era chiaro perciò che sul versante toscano accadeva puntualmente e letteralmente quello che io sapevo accadere allo scendere di ogni sera sul versante emiliano. Non so bene se fu per questo o perché Cardarelli era fra i poeti preferiti di mio padre che per una estate mi portai dietro le sue poesie nell’edizione de “I poeti dello Specchio”, Mondadori, che avevo in casa, snobbando Ungaretti, Montale e Quasimodo e il loro primeggiare nelle antologie del Novecento.

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All’improvviso, alcuni anni fa, a contrastare il primato della via Giardini, saltò fuori che da Modena, alcuni decenni prima, nella prima metà del Settecento, era partita un’altra via che si chiamava Vandelli. Domenico Vandelli (1691-1754) era l’abate, ingegnere, geografo e matematico che l’aveva progettata.
Percorsi per la prima volta quella strada in bicicletta, un’estate. Poi un milione di altre volte, in ogni stagione, a piedi, con gli sci da fondo, le ciaspole e di nuovo la bici. Una volta sono anche caduta e mi sono rotta quattro ossa: le prime quattro della mia vita, in un colpo solo. Si vede che in quel momento non godevo del favore di San Pellegrino, protettore della strada, al quale in corrispondenza dell’omonimo passo, i monaci dedicarono una cella e un piccolo refettorio per l’assistenza spirituale dei viandanti. Questo abate mi incuriosiva anche perché nella nostra tomba di famiglia leggevo da sempre il nome di una Beatrice Vandelli, che mi era stato spiegato essere la nostra trisnonna. A un certo punto, chiacchierando in paese, attraverso una ridda genealogica di avi e ave a me a tutt’oggi oscura, si favoleggiò anche di una parentela col Domenico ingegnere.

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La nascita della Vandelli ha un movente fiabesco: congiungere i regni di due sposi. La sposa era Maria Teresa Cybo-Malaspina, erede del Ducato di Massa e Carrara. Lungo la nuova strada lo sposo, Ercole Rinaldo, figlio di Francesco III d’Este, Duca di Modena e Reggio, avrebbe raggiunto col suo corteo la giovane duchessa, ma soprattutto lo sbocco al mare per cui il matrimonio era stato combinato. Le nozze furono celebrate per procura, nel 1741, fra quelli che in effetti erano solo due bambini con cognomi fatali: lei, dieci anni; lui, quattordici. E ci si può immaginare che impressione possano aver fatto, in seguito, a quelle popolazioni montanare quello stuolo in viaggio di nobili, animali e mezzi in gran pompa, come mai da quelle parte non solo non dovevano essersi mai visti, ma neppure immaginati.
Come in ogni fiaba che si rispetti, l’umile eroe al quale era stata affidata la prosperità dei due regni, per portare a compimento la consegna di quella strada, nel 1738, dovette superare ogni genere di prove. Il Duca non voleva spendere troppo, voleva che la strada fosse costruita rapidamente, durasse nel tempo, richiedesse una bassa manutenzione, permettesse il passaggio di carri pesanti anche in zone di grandi pendenze e in un territorio con inverni efferati. Inoltre, il tracciato non avrebbe dovuto attraversare lo Stato Pontificio, la Repubblica di Lucca, il Granducato di Toscana e i centri abitati. Praticamente un gioco di alta enigmistica. L’abate Vandelli riuscì nell’impresa costruendo, come afferma Wikipedia, “la prima strada italiana carrozzabile logisticamente gestita che si inerpicava lungo i fianchi scoscesi delle montagne”. Al punto che per lunghi tratti questa strada mirabile, inaugurata nel 1752, è a tutt’oggi percorribile. Gli inverni tuttavia si rivelarono tanto efferati da impedire per parte dell’anno il passaggio di merci e viaggiatori. E il parsimonioso Duca Francesco III si vide costretto ad arruolare un secondo ingegnere, Pietro Giardini, che gli costruisse una strada che portasse in Toscana, questa volta senza lo slalom fra beghe di stati rivali, a quel punto in parte appianate dal mutare delle condizioni storico-politiche. La Giardini fu terminata nel 1776.

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Il côté fiabesco della Vandelli non riguarda, tuttavia, solo i suoi protagonisti, ma anche i nomi che lungo il percorso infila come grani, indicando la propria natura più sotterranea e immaginifica. Spiega Wikipedia: «La via Vandelli parte da Modena e biforcandosi raggiunge Maranello e Sassuolo, poi i due rami salgono in Appennino verso Serramazzoni nei pressi delle cascate del Bucamante e il castello di Monfestino, ricongiungendosi per raggiungere Montebonello quindi Pavullo, raggiunge il castello di Montecuccolo, che appartenne alla famiglia del celebre generale Raimondo Montecuccoli, supera il borgo medievale di Monzone, le selve di Brandola, il ponte del Diavolo a Montecenere e dopo un lungo tratto, ancora ben conservato, arriva a La Santona.»: una stringata descrizione che si popola di presenze attraverso bagliori onomastici. Sembra di leggere un’ottava di Ludovico Ariosto: le cascate del Bucamante, il castello di Monfestino, Montebonello, Montecuccolo, il borgo di Monzone, le selve di Brandola, il ponte del Diavolo, Montecenere, La Santona.
In queste zone dovevano avere un vero e proprio genio toponomastico perché molti altri sono i nomi fiabeschi, spesso uniche emergenze rimaste di leggende e cronache irrecuperabili: Gallina Morta, Riolunato, Cuccorosso, Cento Croci, Pieve Pelago, Sassostorno, Lago Santo, Rondinaio, Querciagrossa, Ospitale, Boccasuolo, Rocca Malatina, Libro Aperto, Fiumalbo, Passo del Lupo, Lago della Ninfa, Fatalcina, Selvella, Pian degli Ontani, Croce Arcana. Non c’è fantasy che tenga, di fronte alla chiara luce di questa onomatopea che non ha bisogno d’altro che di silenzio, intorno a sé, per irraggiare prodigi. Da qualche parte, ma non so più dove, ho letto una storia tramandata dalla mistica ebraica dei chassidìm, che così si concludeva: “Non possiamo più fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere, e non conosciamo più il posto nel bosco, ma di tutto questo possiamo raccontare la storia”. Sull’Appenino invece le storie si sono ritirate tutte nei nomi e a noi sono rimasti solo quelli, bellissimi, da celebrare.

Avevo un ragazzo, qui, decenni fa, un tipo tenebroso, con gli occhi del verde che tutti hanno, da queste parti. Si metteva alla prova dormendo solo nei boschi nei pressi di case abbandonate, tirava con la balestra e in un falco pellegrino che aveva addestrato aveva trovato la compagnia ideale. Impossibile resistere a un simile carisma, per una come me che a Kerouac e a Burroughs ha sempre preferito le Sorelle Brontë. Era estate e ce ne andavamo tutto il giorno per campi e boschi. Mi portava in luoghi che  mi presentava come fossero conoscenti: una salita, un prato, un albero, una pietra, un rigagnolo, un pendio. In quel periodo stavo preparando un esame su Cesare Pavese, studiavo su un libro di Furio Iesi, “Letteratura e mito” che analizza la visione archetipica di Pavese nella narrazione del paesaggio, le Langhe, che come è noto occupano un posto centrale nei suoi romanzi.

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Osserva Furio Iesi: “Per Pavese il mito è segnato dall’unicità, come il nome nella sua accezione poetica. Il luogo mitico è il «nome comune, universale, il prato, la selva, la grotta, la spiaggia, la casa.» Pavese dice ancora: «le cose si scoprono, si battezzano, soltanto attraverso i ricordi che se ne hanno», e questi ricordi sono la memoria del mito, del simbolo».” E in un passo precedente: “«Che i nostri ricordi nascondano il capo – scrive Pavese – vuol dire appunto che attingono alla sfera dell’istintivo-irrazionale. In questa sfera – la sfera dell’essere e dell’estasi – non esiste il prima e il dopo, la seconda volta e la prima, perché non esiste il tempo. Ciò che in essa è, è: qui l’attimo equivale all’eterno, all’assoluto.»” Conoscere è riconoscere, appresi mentre preparavo quell’esame, iniziando a farmi un’idea più precisa di quell’impressione che avevo sui crinali, di camminare lungo una linea in equilibrio fra l’essere me e tutto il resto. Un po’ come se nel “Cavaliere Inesistente”, Agilulfo che “sa d’esserci e invece non c’è” e Gurdulù che “che c’è, ma che non sa di esserci”, avessero trovato modo d’essere insieme.

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di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

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1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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