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Contare, celati dietro le quinte, di Giovanna Zoboli

 

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Notizie da nessun luogo

di Giovanna Zoboli

3 / Contare, celati dietro le quinte

 

Mentre pensavo di scrivere su Cracovia la mia nuova notizia da nessun luogo, un’amica mi ha invitato a teatro. Ho accolto l’invito sulla fiducia, senza sapere cosa sarei andata a vedere («Il soggetto della pièce/va scoperto direttamente in scena» ha scritto Wisława Szymborska in “Una vita all’istante”, “Grande numero”, 1976). Una volta in poltrona, ho scoperto che lo spettacolo, “Reality”, di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, è incentrato sulla vicenda di Janina Turek, morta per strada nel 2000, a settantotto anni, a Cracovia.

Janina Turek, fino al momento della morte sconosciuta casalinga, ha lasciato 748 diari, in cui dal 1943 ha registrato dettagliatamente i fatti intercorsi in ogni giornata della sua vita. Fatti allo stato puro, non commentati: colazioni, pranzi, cene, telefonate ricevute e fatte (38.196), visite non annunciate, regali (5.817), programmi tv visti (71.042), spettacoli teatrali (110), persone salutate con “Buongiorno” (23.397); appuntamenti fissati (1.922) e poi, ancora, conoscenti visti di sfuggita, sconosciuti visti per caso, film, letture, gite eccetera. Più che fatti, numeri: aveva stabilito 33 categorie in cui archiviare i diversi accadimenti. Quando suo marito tornò da Auschwitz, nel 1945, finì appunto fra i visitatori inattesi.
Il diario contabile dei propri giorni Janina, cominciò a tenerlo nel 1943, due anni prima, quando il marito fu arrestato. Da ragazza aveva tenuto un diario intimo che però, violato dallo sguardo della madre, aveva gettato l’autrice nella disperazione.
Ognuno degli accadimenti registrati da Janina è numerato e descritto con precisione. Per esempio: nelle vicinanze di casa sua, in via Parkowa, vide passare nel corso della vita, 82.523 conoscenti.  Categoria: Persone viste di sfuggita (Persone viste per caso, invece, è la categoria degli sconosciuti). La Persona vista di sfuggita n. 7713 è «una bionda alta e prosperosa che una volta lavorava come commessa all’alimentari in via Limanowskiego». Il Regalo ricevuto n. 5184, avuto da sua figlia e da suo marito, fu «imballaggi di legno e cartone per accendere fuoco nella stufa». Il libro letto n. 2435 fu “Zelda” di Nancy Mitford.
Riporto queste notizie dal libro “Reality” di Mariusz Szczygieł (Nottetempo, 2011), a cui lo spettacolo di Daria Deflorian, è ispirato e che ho comprato su suo suggerimento, dopo averla contattata.

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Sono stata a Cracovia nel Natale del 2003. Eravamo in Germania, in una cittadina sotto Berlino, a trovare una persona. Ci venne voglia di fare un giro da qualche parte e pensammo a Cracovia, che non è lontanissima da dove ci trovavamo. Arrivammo dopo qualche ora di viaggio, sotto un cielo bigio, lungo un’autostrada a blocchi di cemento che parve interminabile perché, a parte i buchi dove una Fiat 126 avrebbe rischiato di rimanere, ogni tot metri le ruote registravano con impeccabile precisione il giunto del blocco successivo, un po’ come quando da noi in autostrada si passa su un cavalcavia o un ponte. Un ritmo fracassone e regolare che si ripercuoteva nella scatola cranica impedendo di fare qualsiasi altra cosa che attendere il piccolo dramma del giunto successivo.
Fuori dai finestrini si perdeva una pianura giallastra, pervicacemente muta, interrotta con frequenza da esposizioni di nani di gesso colorati, in ordine di altezza. Non nanetti, figure a grandezza naturale, spesso più alti di un nano: parate di nani giganti, in questa zona d’Europa molto popolari. Oltre a queste rivendite, qualche chiosco o prefabbricato in funzione di autogrill su cui campeggiava la scritta, sempre identica, “Zupy – Kotleti”. Dentro, signore con i collant laschi pulivano pavimenti di linoleum, come in un interno domestico dove le giornate trovino la loro ragione d’essere solo al momento di spegnere la luce. Grandi cartelli, a tratti, annunciavano che l’Unione Europea presto avrebbe posto rimedio a tutto ciò, a cominciare dai buchi nelle strade.
La Slesia mineraria prima di arrivare Cracovia ci prese alla gola: i paesi che attraversavamo mostravano case fatiscenti con finestre inchiodate da assi e negozi abbandonati. Ogni cittadina  terminava in un cimitero gigantesco, il che faceva pensare che le esigenze dei morti sopravanzassero di gran lunga quelle dei vivi.
Giungemmo alla meta in preda a un comprensibile stato di ansia. Invece la città era bellissima, come piombare nel centro di Firenze dopo qualche centinaio di chilometri di Comasina.
L’albergo dove prendemmo alloggio aveva le finestre di fronte a quelle del Muzeum Czartoryski, una delle glorie cittadine. Prima di andare a dormire le osservammo, pregustando la visione, la mattina successiva, della “Dama con l’ermellino”, lì conservata.
Invece la splendente Cecilia Gallerani, da Leonardo ritratta sedicenne all’epoca dei suoi amori con Ludovico il Moro, scoprimmo essere in tour a Milwaukee-Houston-San Francisco. Anche l’altro capolavoro del museo, il “Paesaggio con il Buon Samaritano” di Rembrandt, era a San Francisco per una mostra al Fine Arts Museum. Al loro posto, sulle pareti trovammo la traccia fantasma degli assenti, una fotocopia delle opere e la notizia della trasferta.
Non uscimmo scontenti, comunque. In una sala ci apparve, imprevisto, un manipolo di cavalieri inesistenti: splendenti corazze vuote munite di gigantesche ali d’aquila. Gli ussari alati di Polonia, o Husaria, infatti, in guerra entravano in scena così, come precipitati dal cielo: come dice Wikipedia, “maestosi e inarrestabili”. Una specie di irruzione della trascendenza sul campi di battaglia. Sembra che tale equipaggiamento celeste fosse un antico retaggio sciamanico, giunto fino agli Husaria dalle steppe asiatiche. Durante le cariche pare che quelle penne, vibrando, terrorizzassero i cavalli dei nemici. Ma probabilmente, apparendo in quel modo, gli Husaria contavano sullo stordimento che può ingenerare un messaggio improvviso dall’Altrove, come un risveglio nel cuore della notte.

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Nel 2003, io di Janina Turek non sapevo nulla. Invece sapevo molte cose su Wisława Szymborska che, avendo vinto il Nobel della Letteratura nel 1996, era diventata improvvisamente una celebrità mondiale. Mentre camminavo per Cracovia, in quei giorni, mi dicevo, un po’ stupidamente: «Forse in questo momento sto passando sotto casa della Szymborska.» Lo pensai praticamente ovunque, anche se poi non ci passai mai. Questo l’ho saputo dopo, quando scoprii dove abitava.
Probabilmente Janina Turek, che nella sua vita lesse molto (3.517 libri in tutto), conosceva le poesie della Szymborska. Ignoro se la Szymborska abbia mai saputo dei 748 diari di Janina Turek. Di certo quella contabilità sarebbe interessata a una poetessa nei cui versi i numeri ricorrono continuamente,  e di cui “Contributo alla statistica” (in “Attimo”, 2002) è una esemplare testimonianza:

Su cento persone

che ne sanno sempre più degli altri
– cinquantadue;

insicuri ad ogni passo
– quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare
purché la cosa non duri molto
– ben quarantanove;

buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
– quattro, be’ forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
– diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
– settantasette;

dotati per la felicità,
– al massimo poco più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
– di sicuro più della metà;

crudeli,
se costretti dalle circostanze
– è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
– non molti di più
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
– quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
– ottantatré
prima o poi;

degni di compassione
– novantanove;

mortali
– cento su cento.
Numero al momento invariato.

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Sia alla Turek sia alla Szymborska, oltre ai numeri, piacevano molto le cartoline. La Szymborska oltre a collezionarle, le fabbricava: sono i suoi famosi collage, quelli che spediva agli amici, accompagnati da poche parole («Con Wisława si dialoga mediante le cartoline»,  ha detto una di  loro).
Invece Janina Turek mandò migliaia di cartoline a se stessa. Lo scoprì, un giorno, sua figlia, deputata a occuparsi dell’eredità materna. In quelle cartoline Janina, a sorpresa, parla di sé. Diari e cartoline sono due universi separati: la contabilità dei fatti e il pensiero autoriflessivo non si toccano. Nella distanza da cui l’una guarda all’altro sta un abisso limpido e silenzioso che somiglia alla poesia.
Come nella poesie della Szymborska, i numeri implacabili di Janina danno conto dell’illeggibilità dei fatti, dell’impenetrabilità della vita e degli uomini che la abitano in una sorta di demenza inconsapevole, ebbrezza infantile, ingenua onnipotenza, idiota presunzione, distrazione criminale: del tutto ciechi a quella matematica celata attraverso la quale una intelligenza metafisica dotata di ironia sopraffina, dietro le quinte, li osserva, contando di ognuno ogni istante dato.
Per quasi tutta la vita Janina Turek abitò in via Parkowa, al civico 6. Nel 1981, scrisse: “Giornate di canicola. Mi manca qualcosa che stento persino a capire e a esprimere a parole. Vorrei viaggiare lontano con qualcuno uguale a me. Sono inchiodata in via Parkowa che per fortuna in estate è molto bella e diversa dalle altre strade.”
Wisława Szymborska abitava in via Piastowska. Io non sono passata né in via Parkowa né in via Piastowska. Entrambe sono in quartieri periferici, lontane l’una dall’altra. Bisogna proprio avere un motivo per andarci.

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Nel centro di Cracovia, nella grande piazza del Mercato, si trova la chiesa più importante della città, la Basilica di Santa Maria, fiancheggiata da due torri, una campanaria e l’altra, più alta, di guardia. Su questa, a ogni ora, non so se per le scale o in ascensore, sale un trombettiere, a turno apre una  finestra della lanterna, e senza affacciarsi – dal basso non lo si vede mai, si percepisce solo il movimento della tromba che sporge appena – per quattro volte suona una melodia che si interrompe bruscamente su una nota.
È lo hejnał, la “chiamata a raccolta”. Questa nota spezzata, suonata ogni ora, quattro volte consecutive, per 24 ore ogni giorno, tutti i giorni dell’anno, ricorda che nel 1241 una sentinella fu colpita da un freccia tatara mentre cercava di avvisare la città dell’imminente invasione delle armate del Gran Khan.
Facendo un po’ di calcoli ciò significa che 96 volte al giorno la città di Cracovia ascolta questo richiamo. Moltiplicato per 365 giorni, lo hejnał richiama alla memoria degli abitanti di Cracovia per 35040 volte la sorte del trombettiere. Questo da sempre, dal 1241 – o almeno così si legge – cioè da che accadde il fatto. Il che significa che dal momento in cui la sentinella fu colpita dalla freccia tatara, al momento in cui io ascoltai lo hejnał per la prima volta, questo era risuonato nel cielo della città circa 26 milioni 700 mila 480 volte.
Un’amica polacca mi ha spiegato che una volta al giorno, a mezzogiorno, la chiamata a raccolta della torre di guardia di Cracovia viene trasmessa dalla radio a tutta la nazione.

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Che questa cosa pazzesca non sia una trovata turistica, lo dicono i numeri, oltre che la storia.
Su youtube si trovano i video di numerosi turisti galvanizzati da quella che solo a uno sprovveduto potrebbe apparire una rievocazione storica, come una specie di torneo della giostra con gli abitanti della città per un giorno travestiti da monne e messeri – il tabaccaio, la padrona della boutique, l’ex campione di motocross, l’impiegata della posta. Dalla piazza, a piccoli branchi diseguali, gente dalle più disparate nazionalità assiste col naso per aria all’evento che ogni ora si ripete, senza mai deludere perché l’ombra di quell’antica minaccia di morte giunta alle porte della città, continua a essere per tutti uno spettacolo.
I filmati girati, però, sono impropri: i telefonini puntati a braccio teso verso la torre restituiscono un cielo dove tetti e campanili oscillano come insetti moribondi; l’audio registra il rumore confuso dell’immensa piazza, i ronzii delle auto poco distanti, le voci, i passi, il boato nero e sordo che ogni giorno e a ogni istante ogni città produce e nessuno ascolta. In questo modo, le note lontane, aeree della tromba risultano sfocate; il dramma di quella nota spezzata non arriva come dovrebbe: è solo uno dei tanti fatti incompiuti, delle tante scorie che il cosmo lascia dietro di sé, ogni giorno, ogni ora. Spesso, dopo quella approssimativa esibizione sonora, in quei filmati scoppia un applauso, come a volte capita in aereo dopo l’atterraggio, quando l’angoscia del vuoto si allenta. E io immagino che il turista armato di telefono, rivedendo il proprio filmino, e accorgendosi di non essersi emozionato come in fondo la circostanza di quella morte antica e violenta richiederebbe, si chieda se effettivamente la nota rotta dello hejnał sia da lui stata registrata come avrebbe meritato.
In quei filmati i trombettieri non li si vede mai. Troppo lontani. Solo, il lampeggiare dell’ottone, un braccio, se quella cosa in movimento si può ritenere un braccio, qualcosa che apre appena una finestra e subito la richiude, come una vecchia che si sporga verso la strada e non voglia far vedere che sta guardando di sotto per vedere chi stia passando (Categoria: Persone che si vedono per caso).

Per tutto il periodo in cui rimanemmo a Cracovia, la nostra attenzione rimase tesa, inchiodata allo hejnał. Dovunque fossimo, a ogni ora, riallineavamo la nostra presenza alla torre di guardia e alla sua nota rotta. All’inizio, era la tromba a chiamare imperiosamente a raccolta la nostra attenzione, dispersa nei rivoli un po’ minchioni della vita turistica, fra avelli giganti di Jagelloni, palazzi, arazzi, antiche strade fiocamente illuminate, splendidi paraventi giapponesi, ristoranti pessimi. Poi furono i nostri pensieri, in breve addomesticati da quella nuova misura del tempo, a protendersi spontaneamente verso il rito sonoro, a ogni passaggio d’ora.
Sul limitare di ogni 60 minuti, disciplinatamente ci disponevamo all’ascolto, certi che non saremmo stati delusi, attendendo fiduciosi il momento in cui la melodia, ogni volta irrazionalmente ipotizzata nella sua compiutezza, si sarebbe rotta; cercando ogni volta di memorizzare in che modo lo avrebbe fatto, in che punto, con quali variazioni rispetto alla volta precedente.
Perché è questo ciò che immediatamente si impara ad attendere a Cracovia, dopo la prima volta che si è ascoltato lo hejnał: il momento in cui la musica si spezza. Che siano le nove di mattina, mezzodì, le quattro di notte, le tre del pomeriggio, le sette di sera, ogni volta si aspetta di riascoltarlo per sapere come sia davvero, quel suono di cui non ci si ricorda mai. Perché ciò di cui immediatamente ci si accorge, a Cracovia, nonostante tutte le volte che la si ascolta, è che misteriosamente, quella nota  in cui per un istante il tempo si incarna, non si riesce a memorizzarla. E riascoltandola, ogni volta, poi ci si sorprende, sollevati e inquieti: “Sì, è così, proprio identica a come non sapevo fosse, a come non riuscivo a ricordare.” E ogni volta, ascoltando, si pensa alla sentinella, là sopra, sola, in un giorno del 1241, come se il tempo ogni ora avesse effettivamente facoltà di riavvolgersi su se stesso.

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Prigionieri dello hejnał, in quei giorni, camminando per le strade della città, infilandoci nei negozi, nei piccoli supermercati, nei musei, nelle chiese, ci chiedemmo spesso, stupefatti, come riuscisse Cracovia a organizzare e gestire una simile armata di trombettieri. Quanti suonatori di tromba in una giornata ci vogliono per suonare lo hejnał 96 volte? Sono organizzati in turni? Quanti, in totale, saranno al suo servizio in un anno? E se uno di loro si ammala? Quanto rimangono in carica? Sono fissi o saltuari? Sono stipendiati? Andranno in pensione? O magari si tratta di giovani musicisti studenti del conservatorio in cerca di un impiego poco impegnativo? O invece sono musicisti professionisti onorati di rendere quel servizio volontario alla propria città? O piuttosto persone istruite a suonare quell’unico motivo e che poi nella vita fanno tutt’altro: il barbiere, il netturbino, l’avvocato, l’ostetrica? Che tipo di pensieri può avere un trombettiere che per tutta la vita, ogni giorno, suona lo hejnał, guardando la propria città dall’alto? Quanti trombettieri dal 1241 a oggi  hanno suonato lo hejnał? Quanti uomini e donne, di quali età, sono stati necessari per suonare lo hejnał 26 milioni 700 mila 480 volte? Quali sono i loro nomi? Un archivio li conserva? Che volto aveva il primo di loro, quello che fu ucciso? Quanti anni aveva, chi era, qual era il suo nome? Cosa pensò l’istante in cui fu colpito dalla freccia?

In effetti ogni poesia potrebbe intitolarsi «Attimo», scrive la Szymborska nel primo verso di In effetti ogni poesia, (“Due punti”, 2005).

Sei mesi prima di morire Janina Turek si mandò una cartolina: «Sono sul confine tra la vita e la morte. A settantotto anni e mezzo non è più il caso di prendere la rincorsa, sarebbe bene iniziare a frenare. Ho sofferto molto nel corso della mia esistenza. La metafisica mi ha assecondato quasi sempre, a volte non è stato facile contenerla. Volevo amare, ma desideravo anche essere amata. Ed  è lì che ho incontrato difficoltà enormi. Risultato… la solitudine!!!».
Alcuni anni prima, nel 1981, in un’altra cartolina aveva scritto: «Ho trovato la compagna della solitudine: una mosca. Ogni volta che mangio qualcosa, o fa molto caldo, lei svolazza per la stanza. È con me ormai da qualche settimana.»
In “Grande numero”, poesia che dà il nome alla raccolta in cui si trova, Wisława Szymborska scrisse:

Quattro miliardi di uomini su questa terra,
 | ma la mia immaginazione è uguale a prima.
 | Se la cava male con i grandi numeri.
 | Continua a commuoverla la singolarità.
 | Svolazza nel buio come la luce d’una pila, | 
illumina solo i primi visi che capitano,
 | mentre il resto se ne va nel non visto,
 | nel non pensato, nel non rimpianto.
[…]
Neppure i miei sogni sono popolati come dovrebbero.
 | C’è più solitudine che folle e schiamazzo.
 | Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
 | Una singola mano scuote la maniglia.
 | La casa vuota si amplia di annessi dell’eco.
 | Dalla soglia corro giù nella valle
 | silenziosa, come di nessuno, | già anacronistica. || 

Da dove venga ancora questo spazio in me
 | -non so.

Una volta, Janina Turek si scrisse: «Vivo, o fingo di vivere? Tutti questi appunti, queste statistiche non saranno un modo per ingannarmi?»
No, non deve essere stato facile per questa donna guardare in faccia durante tutti i giorni della propria vita quella matematica celata dietro le quinte, contare insieme a lei ogni istante dato.

In “Disattenzione”, terz’ultima poesia della raccolta “Due punti”, Wisława Szymborska, si legge:

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
 | perfino nell’ambito ristretto d’un batter | d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un | giorno più giovane
 | il pane di ieri era tagliato diversamente.
 || Le nuvole erano come non mai e la pioggia | era come non mai,
 | poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
 || La terra girava intorno al proprio asse,

 | ma già in uno spazio lasciato per sempre.
 || È durato 24 ore buone.
 | 1440 minuti di occasioni.
 | 86.400 secondi in visione. || 

Il savoir-vivre cosmico, | 

benché taccia sul nostro conto,
 | tuttavia esige qualcosa da noi:

 | un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal

 | una partecipazione stupita a questo gioco
 | con regole ignote.

In questi giorni, alla fine della biografia “Cianfrusaglie del passato. Vita di Wisława Szymborska”, di Anna Bikont, Joanna Szczęsna (Adelphi 2015), ho letto: «È morta il primo febbraio 2012, nel suo letto, nel sonno. Il giorno del suo funerale, il 9 febbraio, a mezzogiorno in punto, anziché lo hejnał il trombettiere ha suonato la melodia della sua poesia più nota resa famosa da Łucja Prus, Maanam e Kora. E chi si trovava a passare in quel momento per la piazza del Mercato di Cracovia ha alzato il capo verso il campanile della chiesa di Santa Maria da dove arrivavano le note di “Nulla due volte”  [“Appello allo Yeti”, 1957, ndr]:

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

L’ultimo film visto alla televisione da Janina Turek, il n. 71.042, il giorno prima di morire, l’11.11.2000, fu “Giocando con Dio”.

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[Le traduzioni qui riportate delle poesie Wisława Szymborska sono di Pietro Marchesani, edite nel volume La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi 2009]
Ringrazio Diletta Colombo e Daria Deflorian per avermi fatto conoscere la storia di Janina Turek.

 

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di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

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