Non starò a raccontarvi delle storie

Menu

Cow boy; il Saggiatore Ragazzi, 1969

I libri giganti sono la festa dei bibliofili. Non a caso spesso sono libri pensati per i bambini: sono un regalo da sberliccarsi le dita che i bibliofili entusiasti costruiscono come una malia; sono il regalo che i bibliofili vorrebbero ricevere: un libro grande come il mondo. I libri giganti permettono un rapporto fisico che i libri di misura consueta limitano. Quest’ultimi li si può ciancicare, sottolineare, zeppar di cose, ma tutto è un po’ ingessato e per bene. Nei libri giganti ci si può immergere, ci si può sedere sopra; si aprono e si aprono le porte del mondo. I due piatti di copertina diventano porta ma anche tetto, barca, muro, letto, sono delle soglie che oltre che portare nel testo portano altrove.

I libri giganti sono anche la disperazione di librai, distributori, genitori che, letteralmente, ciascuno per il suo verso, non sanno dove metterli.

Di libri giganti era fatta la collana Attibum de il Saggiatore, alla fine degli anni ’60 (sulla copertina è indicato il Saggiatore Ragazzi, questa è anche l’indicazione di collana sotto il quale compare il titolo nel catalogo storico della casa editrice, laddove Attibum è scritto in nota, cosa che on-line non permette l’indicizzazione, così che non se ne può desumere con certezza la lista totale dei titoli; al colophon è indicato il Saggiatore di Alberto Mondadori editore; fine della lunga parentesi). Il titolo della collana è di rara bruttezza, è la contrazione di Attivi e Album –a vaga giustificazione si sappia che non fu inventato da il Saggiatore bensì da Dalpire, casa editrice parigina che inventò il format e che il Saggiatore tradusse; in francia il nome era ActiBom (Actif e Album, che si legge più o meno “Albòm”).

Sulla prima pagina, ogni volume della collana riportava questo testo:

“Ce qu’il faut pour s’amuser avec un actibom ? Des yeux et des mains, et puis une boite de crayons de couleur ou une paire de ciseaux, une boite d’aquarelle ou des stylos à pointe de feutre, mais surtout le désir de mettre des couleurs à ton idée (si tu rates une fois, qu’importe, car l’échec n’est qu’un pas vers la réussite). Nous avons mis des couleurs sur la première image pour te montrer comment t’y prendre. Tu peux nous imiter, tu peux suivre les conseils que nous donnons en petites lettres, tu peux aussi faire tout le contraire, et ce sera très bien pourvu que tu peignes comme tu sens et comme tu aimes.”

[Cosa serve per divertirsi con un actibom? Degli occhi e delle mani, e poi una scatola di matite colorate o un paio di forbici, una scatola d’acquerelli o dei pennarelli, ma soprattutto il desiderio di dare dei colori alla tua idea (se una volta sbagli, che importa, poiché il fallimento non è che un passo verso la riuscita). Abbiamo messo dei colori sulla prima figura per mostrarti come potresti fare. Puoi imitarci, puoi seguire i consigli che diamo scritti piccolo, puoi anche fare tutto il contrario e e andrà benissimo, basta che tu faccia ciò che senti e come ti piace. (t.d.r. che sa il francese così così)]

Che nella versione italiana viene sostituito da:

“Attibum (da attivo e album) è un libro speciale, di cui non basta sfogliare le pagine. Guardalo bene: puoi farne quel che vuoi: Una storia? Ecco, te la racconta. Una figura? In ogni pagina ce n’è una a foglio pieno. Immagini bellissime in nero, che se vuoi puoi anche colorare, abbelire, ritagliare, staccare, appendere, regalare. Così ogni illustrazione te la ritocchi come vuoi, e quando ne sei soddisfatto la stacchi e la incornici: è diventata un’opera tua. E adesso tocca a te!”

Il testo originale, nella versione italiana, compare a pag. 2 (vedi la quarta foto).

 

 

.

Del volume qui fotografato, Cow boy, non ci viene data alcuna responsabilità autoriale. Chi ha scritto il testo? Chi lo ha tradotto? Di chi sono le illustrazioni? Chi ha progettato la collana? Chi ha fatto il progetto grafico? Chi la copertina? Niente.

Quel poco più di niente lo sappiamo dal colophon, qui all’ultima pagina, in basso: “© Delpire, Paris 1967 / e il Saggiatore di Alberto Mondadori Editore, Mlinao 1969 / Prima edizione: marzo 1969 / Questo volume, il secondo della collana / Attibum [viene dato il logo, che compare anche al frontespizio (n.d.r)] / è stato stampato dalla Sagdos in Milano / Printed in Italy”.

Dall’articolo, Robert Delpire, éditeur d’albums, pubblicato su Strenae, ricaviamo la storia francese della collana e un dato sulle illustrazioni: “Cow Boy […] reprend une collection de gravures sur bois du dessinateur et peintre Frederic Remington, spécialisé dans les images de l’Ouest américain” [Cow Boy … riprende una raccolta di incisioni su legno del disegnatore e pittore Frederic Remington, specializzato in immagini dell’Ovest americano (sempre t.d.r. che sa il francese così così)].

Sempre dal medesimo articolo:

“A quoi ressemblent les « Actibom » ? Ce sont d’immenses albums (30×45 cm), constitués d’un fond de carton fort rigidifiant un ensemble de pages assemblées entre elles par collage ; un léger dos de ruban toilé garantit l’unité de l’ensemble, mais n’empêche pas de détacher très aisément les pages. La couverture, en couleurs, ne mentionne que le titre, et d’une manière générale il est très difficile de déterminer quels sont les “auteurs” de ces grands albums. La première page intérieure, servant éventuellement de modèle, est colorée, les autres sont en noir. Sept titres composent la collection « Actibom ».”

[A cosa assomigliano gli « Actibom »? Sono degli enormi album (30×45 cm.) costituiti da un piatto di cartone che ha la funzione di irrigidire un insieme di pagine unite fra di loro dall’incollaggio; un leggero dorso in nastro garantisce l’unità dell’insieme, ma non impedisce di staccarne molto facilmente le pagine. La copertina, a colori, non porta che il titolo e in generale è molto difficile determinare quali siano gli “autori” di questi grandi album. La prima pagina interna, eventualmente utilizzabile come modello, è a colori, le altre sono in bianco e nero. Sette titoli compongono la collana « Actibom » (e pure qua t.d.r. che ecc.)].

.

 

Maschi ruvidi, bestiame, whisky, pistole, banditi, un libro oggi anacronistico che nessuno pubblicherebbe più: “Si dice che siamo violenti, non è affatto vero, semplicemente teniamo alla nostra libertà e a cio che ce l’assicura:”, ma la forza evocativa del testo, fra mandrie, tramonti e prove da maschi che crescono sono intatte, ampliate dalla bellezza delle illustrazioni, nate per essere minute e qui esaltate dalla scala gigante che fa leggere ogni segno sul legno e dai tagli che iconocizzano le parti.

Trovato in qualche mercatino, quello fotografato qui è un volume, benché acciaccato, intonso; è un libro, a tutti gli effetti: copertina, pagine interne, piatto posteriore, c’è tutto; è quindi un volume che ha fallito la sua ragion d’essere. Sfogliarlo riempie di giubilo per il suo essere scampato alla distruzione dribblando pennarelli assassini, forbici mutilatrici, graffette dilanianti per farsi vedere per la meraviglia che è, ma al contempo intristisce, come quei piccoli fuochi d’artificio che si innescano con uno strappo e che fanno pfffff senza stelle filanti, senza scintille, senza niente, falliti.

Però gli Attibum e gli Actibom sono nati per essere distrutti, trasformati e perduti se non in lacerti. Sono dei giochi in forma, temporanea, di libro.

 

.

Parallelo al testo principale, scritto in grande, separate da un filetto verticale da capo a piede della pagina, si trovano quelle che apparentemente sono le didascalie alle figure. Ma queste didascalie sono il cuore del libro, ciò che tiene insieme tutti gli elementi, la chiave per trasformare il libro in un gioco, e infine disperderlo; vi si descrivono le scene rappresentate, ma l’attenzione è tutta sui colori che non vediamo. Salvo la prima (fotografata per l’immagine qua sopra), tutte le immagini sono in bianco e nero, ma i brevi testi ne descrivono, con enfasi narrativa, i colori: “il cielo è di un azzurro uniforme, ma chiaro … la terra è secca e gialla … la bianchezza del teschio … il cavallo fulvo”. Il genio dell’autore o dell’autrice di questi testi sta nel descrivere ciò che ancora non è, nel suggerire ciò che andrebbe fatto e come : “È una scena viva, fatta di movimenti rapidi che bisogna sottolineare con la contrapposizione netta dei colori: rosso fulvo, nero, bianco, marrone per i cavalli; azzurro, rosso vivo, rossiccio per i cow boy.”; chi sta per appropriarsi del libro, armato dei suoi pennarelli e delle sue matite, è spinto a farlo sull’onda di una passione ch’è tutta narrativa: rivelare ciò che non appariva.

 

“Bisogna dare risalto / al luccichio della borraccia, / del morso, degli speroni, / della fibbia del cinturone / e dei ferri del cavallo”. Queste false didascalie, queste mesmerizzanti istruzioni per l’uso, suonano come esortazioni morali. Sideralmente lontani dagli album da colorare contemporanei a noi, che offrono a chi li compra, la rassicurante idea che stare nei margini possa lenire i propri dolori.

Esempi, gli ultimi post.
FN, tutti gli ultimi post