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COMISSO FOREVER!

Comisso forever

una serie a cura di Federico Boccaccini

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comisso

[Il 21 gennaio 1969 moriva Giovanni Comisso. Scrittore dimenticato, travisato, mal letto. Con questo articolo Federico Boccaccini, che per FN già cura insieme a Paola Monasterolo la serie Queer Portraits, inizia un’indagine su i testi e la figura di un grande scrittore italiano, che sempre s’è tenuto, ed è stato tenuto, ai margini, per provare a riconquistargli una centralità che gli spetta]

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1: Intro

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Come presi da improvvisa nostalgia, ci si ricorda a volte di passati scrittori come fossero persone incontrate nei sogni della nostra infanzia o in paesi lontani e perduti che tornano d’istante vive alla mente. Torna allora profonda in noi la voglia di leggerli, d’ascoltare le loro impressioni di viaggio, con incanto.

S’illumina il profilo di un volto, la sua voce cristallizzata nella prosa, la forma di un’esperienza umana unica e irripetibile che ha usato la letteratura per vendicarsi della vita, del tempo che ci illude e degli affetti che ci abbandonano. “La bellezza, il godere dei sensi, solo questo: un attimo di luce nella nera notte del tutto”. Scriveva così Giovanni Comisso in Gioco d’infanzia (1965), quasi ad abbozzare la sua poetica. Eppure questa immagine di scrittore dell’attimo, – “dell’assoluta verità dell’attimo” – ha nuociuto alla sua ricezione e alla sua fortuna critica. Dovremmo rileggere Comisso – o leggerlo per la prima volta, come auspicava Arbasino – suggerendo una lettura diversa da quella che si è poi affermata. Leggere Comisso come la critica non lo ha mai letto. Guardare alle sue pagine come fossero quelle di un paesaggio dolcissimo e sconosciuto, a volte sferzato dal vento e illuminato dalle stelle, di notte.

La sua immagine appare legata da tempo a quel vitalismo italico e sensuale legato in modo scomposto e indiretto a D’Annunzio, una prosa estetizzante presa a registrare solo impressioni di vita, di mare, di campagna, dei sensi accesi, dei ricordi. Nessuna teoria, solo una narrativa d’istinti. Comisso è “colui che rende tangibile il più aereo sospiro” osservava Montale, con stima. “È l’amor vitae, non il rozzo realismo, a fare di Comisso uno dei grandi testimoni del Novecento letterario” afferma Naldini nella sua introduzione a Gente di mare (1928).

La sua letteratura è irregolare perché tradisce il disagio di classificazione critica, trasgredisce il canone: “rende difficile il parlare di lui…” scrive sempre Montale nella sua recensione alla prima opera comissiana, Porto dell’amore (1926).

Comisso è l’”alieno della nostra letteratura” (Zanzotto). E quell’appello d’ordine al solido realismo del secondo Novecento renderà sospetta la sua ricerca d’illusione, il suo veder bellezza ovunque vi sia vita. Un estetismo vitale che rende la sua prosa colpevole di decadentismo borghese. C’è stata negazione di Comisso, poi mala memoria e oblio.

Ma la sua irregolarità va letta in altra chiave. Comisso appartiene alla generazione di Auden e Foster, non solo di Saba e Penna. Non c’è solo una poetica dei liberi sensi in lui ma la ricerca perenne di una costruzione e una liberazione di sé attraverso le piccole percezioni della vita. “Accolsi la guerra con la gioia di liberare non tanto Trento e Trieste, ma me stesso verso una vita che vale sempre di essere goduta in pieno…” scrive a proposito dell’impresa fiumana. Ma Fiume è per lui ciò che sarà Berlino per Isherwood: un laboratorio del sé. Comisso è scrittore europeo che pone al centro della propria esperienza le impressioni libere dell’individuo sciolto dal giogo delle convenzioni e della storia – come fece poco prima il gruppo di Bloomsbury – in un continente che cerca una cura alla civilizzazione occidentale e che percepisce il tramonto di un mondo, quello della borghesia del XIX secolo (si veda per esempio Antony Copley, A Spiritual Bloomsbury: Hinduism and Homosexuality in the Lives and Writing of Edward Carpenter, E. M. Forster, and Christopher Isherwood, Lexington Books, 2013). La scrittura di Comisso, se non si vuole farne un eccentrico difficile da capire, dovrebbe risuonare assieme a quella di Thoreau, di Emerson, di Strachey, di Whitman e Tolstoj.

I suoi viaggi, i suoi amori, l’incanto della natura e dei ragazzi, non sono che tappe verso la perfezione di sé.

La « profondità di Comisso » – di cui parla Damiani nella sua introduzione al Meridiano a lui consacrato – che affiora « quasi nietzschianamente come un’increspatura della superficie » è tutta in questo suo partecipare a questa stagione della letteratura che ha cercato di dispiegare, non più le grandi narrazioni romanzesche, ma il mistero umano della propria natura. E di goderne.

Possiamo solo giocare a nominare le cose, accostare percezione a percezione senza che via sia idea a tenerle insieme. Guardare fiorire e sfiorire nella loro bellezza il volto di un ragazzo, un albero, un fiore e la sua ape, « l’estate declinare lentamente sfolgorante sul mare ». Nel mondo instupidito Comisso visse cercando di farsi tutt’uno con le cose, senza giudizio e senza virtù. Fu probabilmente colpevole di credere che lo scrittore non abbia il compito di avere idee e di volercele insegnare. Come acutamente notava Contini a proposito del romanzo Cribol (1964), egli non fa altro che “testimoniare storicamente la vita”.   La vita in superficie, profondissima.

Comisso forever ripercorrerà le opere dello scrittore veneto per dettagli come guardando un filo d’erba attraverso una biglia di vetro, scoprendo che dalla vita non s’impara nulla, – tantomeno dalla letteratura.

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