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Colette / LA STELLA DEL VESPRO. Del Vecchio 2015. (Recensione di Mariolina Bertini)

La stella del vespro
(L’Étoile Vesper)
di Colette

traduzione di Angelo Molica Franco

progetto grafico, logo, illustrazioni di Maurizio Ceccato | IFIX

brossura, con alette; 267 pag.; 15,50 €
Del Vecchio editore -formebrevi 12, Bracciano 2015

World Copyright © Librairie Arthème Fayard, 1946, 1986
Copyright © 2015 Del Vecchio editore, 2015

colette

 

Mentre sfoglio quest’edizione italiana de L’étoile Vesper, curata amorosamente  in ogni particolare – dalla grafica elegante della copertina alla bella carta spessa color crema, dalle indispensabili note esplicative al singolare colloquio immaginario fra il traduttore e l’autrice che la conclude – mi tornano in mente i Colette, d’aspetto ben più dimesso, che circolavano tra i banchi del mio liceo, nella Torino dei primi anni Sessanta.   I volumetti poveri e grigi della Bur, emblema di un dopoguerra ancora lontano dall’opulenza, ospitavano il ciclo di Claudine; tra i tascabili Mondadori erano ancora presenti in libreria La Vagabonda, L’Ancora (L’entrave), Chéri, La Gatta. Qualche vecchia edizione, sempre mondadoriana, sbucava a volte da uno scaffale della libreria di famiglia, dove si impolverava in seconda fila in compagnia di best seller passati di moda: le poesie di Ada Negri, I Divoratori di Annie Vivanti, La Storia di San Michele di Axel Munthe. Perché non ci stancavamo mai di rileggerli, io e le mie compagne, quei Colette ineleganti, dalle traduzioni per lo più risalenti agli anni Trenta e Quaranta? Perché non ci lasciavamo scoraggiare  dalle allusioni, per noi incomprensibili, ai retroscena piccanti della belle époque, ai fanatismi del culto wagneriano di fine secolo, agli oscuri doppi sensi delle canzonette da caffè concerto?

La stella del vespro, di Colette. Del Vecchio Editore 2015. Art direction, cover, illustrazioni, logo design: IFIX | Maurizio Ceccato. Ill. b/n, ritratto dell'autrice, a pag. 5 (part.), 1

Credo facesse presa su di noi, più della qualità letteraria, il profilo di Colette che si intravedeva dietro il personaggio di Claudine e dietro la voce autoriale degli altri romanzi: incarnazione di una libertà senza illusioni, di una spregiudicatezza senza ideologie, di una sfacciataggine senza cinismo.  Altre scrittrici, altri scrittori potevano avere maggior prestigio, ma è a Colette che avremmo voluto somigliare,  era a lei soltanto che votavamo un affetto fiducioso e totale, prigioniere di un miraggio inesplicabile che la faceva nostra coetanea.

Simone de Beauvoir ci guardava accigliata dall’alto di un podio ideale, di una cattedra immaginaria; Colette invece sedeva nel banco vicino al nostro, complice di tutti i nostri fou rire, di tutte le nostre ribellioni, di tutte le nostre fantasticherie.

La stella del vespro, di Colette. Del Vecchio Editore 2015. Art direction, cover, illustrazioni, logo design: IFIX | Maurizio Ceccato. Copertina (part.), 2

Sono passati più di cinquant’anni e la fortuna editoriale di Colette ha conosciuto in Italia momenti felici: le belle traduzioni adelphiane, lo splendido Meridiano del 2000 con tutta l’opera romanzesca, diverse biografie dagli accattivanti apparati iconografici.  La stella del vespro segue, presso lo stesso editore, Prigioni e paradisi, che era accompagnato da un saggio importante di Gabriella Bosco, e Le ore lunghe, esempio meno noto del talento giornalistico della scrittrice.
I tempi sono cambiati, decisamente. Eppure una cosa mi colpisce: il giovane traduttore, che è lo stesso dei precedenti volumi Del Vecchio, nel colloquio immaginario con Colette che ha inserito come postfazione, manifesta nei suoi confronti quello stesso abbandono confidenziale che era della mia generazione. Come se per Colette il tempo fosse “uscito dai cardini”, ma in senso buono, rispettando in lei l’adolescente imbronciata e radiosa, in sintonia con l’insofferenza testarda dei giovani di ogni secolo.

La stella del vespro, di Colette. Del Vecchio Editore 2015. Art direction, cover, illustrazioni, logo design: IFIX | Maurizio Ceccato. Copertina (part.), 5

Quando La stella del vespro apparve a puntate su “Elle”, dal novembre del 1945 al gennaio del 1946, un sottotitolo precisava che si trattava di “Souvenirs ”; non di un romanzo, dunque, né di un’autobiografia strutturata, ma di frammenti di memoria e di vita quotidiana, come quelli che già avevano fornito la materia di Journal à rebours (1941) e di Paris de ma fenêtre (1944).  A partire dalla seconda edizione in volume, quella del 1950, l’ultima riletta dall’autrice, il sottotitolo però scompare; privilegiava troppo la dimensione nostalgica del testo, il suo radicarsi nel passato. Quel che a Colette sta a cuore raccontare, in quest’opera singolarissima, non è un “tempo perduto” ricostituito in tutto il suo splendore grazie a una solerte archeologia sentimentale, ma il tempo misteriosamente ibrido della vecchiaia in cui passato e presente interagiscono, si interrogano, si sovrappongono.

Il ciclo delle stagioni, ad esempio, di cui la narratrice, immobilizzata dall’artrite, sorprende i segni dalla sua finestra affacciata sui giardini del Palais-Royal, è percepito con la sua eco di primavere remote, di piogge tiepide e di gelate inattese, di autunni nebbiosi su campagne lontane. Le  fotografie dei colleghi giornalisti degli anni Dieci, piamente conservate, sottolineano con allegra crudeltà il carattere transitorio dell’eleganza, il suo facile trapassare nel ridicolo:

“E che cravatte! Cravatte di paglia di riso intrecciata in piccoli motivi turchesi, davantini in chantilly su fondo di taffetà cangiante, nodi a regata in pelle d’antilope, in ciniglia realizzate ai ferri… Che Dio mi fulmini, se mento. C’è voluta molta anglomania per calmare tali esplosioni di personalità.”

Il passato recente ha ricordi che mordono più a fondo, che additano ferite non ancora rimarginate: lo squillo notturno del telefono non può non evocare l’alba del 12 dicembre  1941, quando un altro squillo di campanello annunciò gli ufficiali tedeschi venuti ad arrestare il marito di Colette, Maurice, ebreo. Rispetto ai giorni di angoscia della sua prigionia, al momento felice ma anche terribile del suo ritorno, quando si è liberato sul pianerottolo degli abiti pieni di parassiti mostrando un corpo scheletrico segnato da sofferenze indicibili, ogni altra preoccupazione, ogni altro problema perde drammaticità. Qui l’interferenza tra passato e presente si presenta sotto una forma nuova, in cui si intrecciano terrore e sollievo, dolore incancellabile e serenità ritrovata.

La stella del vespro, di Colette. Del Vecchio Editore 2015. Art direction, cover, illustrazioni, logo design: IFIX | Maurizio Ceccato. Verso di pag. 6 e frontespizio, a pag. 7 (part.), 1

Colette attira e imprigiona il lettore de La stella del vespro in un nido proustiano d’impressioni e memorie, tra album di ricami, biglie di vetro, sciarpe di seta, mobiletti intarsiati di madreperla.  La neve azzurra del giardino sottostante non è più vicina degli scenari dei suoi sogni, dove i leoni sono color pervinca e le colline della Martinica si coprono in una notte di effimeri fiori rosa. Le evocazioni più diverse “si inanellano”, scrive nella sua postfazione il traduttore; il termine è felice, rende bene la sinuosa continuità del racconto in cui si alternano aneddoti e ritratti, riflessioni sulla scrittura e memorie d’infanzia, pagine di diario e un’ efficacissima microstoria del Palais Royal durante i giorni bui dell’Occupazione.

Quel che più stupisce, in queste pagine stilate in poltrona o a letto da una Colette che ormai fuori casa utilizza per spostarsi la sedia a rotelle, è  il movimento turbinoso, incessante che le attraversa e le ravviva. Movimento di visitatori che irrompono portando con sé il gelo delle strade; di amiche desiderose di esibire nuovi stivali o una nuova giacca foderata di pelliccia; di contadini carichi di uova, polli e conigli, merci preziose in una Parigi ancora sottoposta al razionamento.

Agli squilli di campanello si alternano, a volte, dei calci alla porta: quelli del Giovane Lattaio.

“Il Giovane Lattaio ha tre anni. E’ un bambino che ha preso in antipatia il latte. Quando è deciso a non berne nemmeno una goccia sale qui, reggendo il suo quarto di latte per il manico, e facciamo un baratto. Lui ha il permesso di calciare alla porta. L’anno prossimo sarà abbastanza grande da suonare.”

Le presenze concrete – da quella del Giovane Lattaio a quella di un vicino poeta e cineasta nel quale riconosciamo Jean Cocteau – si mescolano ad altre presenze alle quali la voce di Colette sa conferire un’impareggiabile vitalità: amici scomparsi, come la poetessa bohémienne di Montmartre, Hélène Picard, mitiche viaggiatrici che hanno raccontato le loro avventure, oppure figure incrociate di sfuggita, ad esempio la prostituta Renée, costretta dagli ufficiali tedeschi a lasciare gli amati marciapiedi del Palais Royal per trasferirsi nell’inospitale Monaco. Nello schedario della scrittrice le foto delle gatte e dei cani più amati stanno accanto a quelle della Duse; allo stesso modo, nel mondo di Colette non esistono gerarchie sociali o intellettuali. Immobile al centro di un vortice continuo di esistenze estranee, per lei tutte egualmente appassionanti, ce ne restituisce ne La stella del vespro la straordinaria fantasmagoria; ultimo spettacolo di una grande donna di teatro, capace di trasformare la sua stanza di lavoro in palcoscenico, i fantasmi della sua vita in personaggi memorabili e gli scenari della sua memoria nelle lastre colorate della più seducente  delle lanterne magiche.

La stella del vespro, di Colette. Del Vecchio Editore 2015. Art direction, cover, illustrazioni, logo design: IFIX | Maurizio Ceccato. Copertina (part.), 1

 

(chi ha pagato il libro? La copia sulla quale Mariolina Bertini ha condotto la sua recensione, FN non sa; la copia che è stata fotografata è stata inviata a FN dall’editorie Del Vecchio di sua sponte: FN sentitamente ringrazia)

 

Colette su FN

Colette / LE BLÉ EN HERBE / Flammarion – club des éditeurs 1956, l’album fotografico

Colette, PRIGIONI E PARADISI / Del Vecchio 2012, la segnalazione

Prigioni e Paradisi, di COLETTE / Del Vecchio editore 2012, la recensione di Mariolina Bertini, per la serie: “Fuori sede”, con il ritratto di copertina di Paola Monasterolo

Colette / LE ORE LUNGHE. Del Vecchio 2013, la recensione di Federico Sabatini

LA STELLA DEL VESPRO, di Colette. Del Vecchio 2015, l’album fotografico

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