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CHRISTOPHER ISHERWOOD. Un’introduzione

Il mondo di C. i.

Il mondo di C. i.

IL MONDO DI C.i.
da Chistopher Isherwood
con Nicola Bortolotti
e in video Olivia Manescalchi
regia Lorenzo Fontana
scene Nicolas Bovey
costumi Viola Verra
luci Alberto Giolitti e Nicolas Bovey

video Dario Martinez
tecnico del suono Luca Vicinelli
grafica Christel Martinod
foglio di sala a cura di Federico Novaro
ufficio stampa Ilaria Gai

la canzone “Morning Eggs”
è di Sophia Leu

Andato in scena a Torino al Teatro Baretti il 23 e 24 settembre 2014; qui sotto il testo del foglio di sala, in coda la locandina dello spettacolo

Nicola Bortolozzi ne Il mondo di C. i., regia di Lorenzo Fontana

Nicola Bortolozzi ne Il mondo di C. i., regia di Lorenzo Fontana

Christopher Isherwood

L’Italia ha disegnato uno strano destino per l’opera di Christopher Isherwood.

Scrittore grandissimo, Isherwood ha percorso il Novecento (nato nel 1904, in Inghilterra, il suo primo libro, All the Conspirators è del 1929; si trasferisce poi nel ’39 in California insieme a Wystan Hugh Auden -il poeta de “La verità, vi prego, sull’amore”, che era stato suo amante; il suo ultimo libro pubblicato in vita, October, è del 1980; muore nel 1986).

Ha scritto libri diversissimi ma sempre, al centro della sua scrittura, ha posto la questione del rapporto fra chi narra e la materia narrata, risolvendolo in continue modulazioni della pratica autobiografica. Isherwood non si pone mai al di fuori dei propri libri, fa del proprio vissuto il dato ineludibile del racconto.

Omosessuale, Isherwood racconta l’amore: unico forse nel Novecento a farlo senza mai tradire un imbarazzo, una sudditanza alla morale comune, una paura. Dalla vecchia Inghilterra al Nuovo Mondo statunitense, con una lunga immersione nell’induismo che molto influenzerà i suoi ultimi libri, Isherwood ha scritto uno dei più bei libri sulla Germania alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, in una Berlino ricca della libertà oltraggiosa della Repubblica di Weimar, a un passo dalla cupa apertura dei campi di concentramento, da cui Bob Fosse trasse Cabaret; “Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto”, così il narratore, lo stesso Isherwood in Addio a Berlino, del 1939.

Lo sguardo di Isherwood è affilato e limpido, è uno sguardo che vuole decifrare, comprendere, è una sonda che esplora e restituisce dati, sulla vita, l’amore, la morte. Forse troppo inattaccabile per l’angusto panorama culturale italiano, che l’ha tradotto in parte, mai in modo sistematico, relegandolo fra le cose raffinate che si possono trascurare: a oggi solo tre delle sue opere principali sono disponibili in italiano. Non così fuori dal recinto italofono: a Isherwood è ovunque riconosciuto il suo ruolo di straordinario innovatore delle tecniche narrative, a cui dal minimalismo all’autoficion, molte correnti letterarie sono debitrici. Nei suoi libri Isherwood è materia narrata e voce narrante, protagonista e narratore, spesso all’interno dello stesso libro.

Fra tutti, Un uomo solo, recentemente ristampato da Adelphi in occasione della riduzione cinematografica che ne fece Tom Ford, scritto nel 1964, è forse il suo libro più esemplare, dove la tecnica rifrattiva del suo sguardo raggiunge un perfetto compimento. Tutto converge in quel libro: il senso del tempo che passa, proprio e storico in un continuo rispecchiamento; la stupefatta e gioiosa riconoscenza nei confronti dell’amore; lo strazio della perdita; la necessità esistenziale e politica per uno scrittore di interrogarsi costantemente sul proprio ruolo; la certezza che ogni manifestazione di sé, pubblica o privata sia un racconto, una messa in scena; l’imbarazzo per ogni tratto patetico del racconto di sé, tenuto sempre a un passo di distanza dalle proprie emozioni. Un uomo solo è l’apice del lavoro di Isherwood e ne riassume come in un diorama tutti gli altri.

La locandina de Il mondo di C. i., di Christel Martinod

La locandina de Il mondo di C. i., di Christel Martinod

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