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Chi avanza i soldi alle case editrici? (da L’INDICE DEL MESE, maggio 2014)

Money, money, money

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Qualcuno i soldi li deve avanzare. Nel senso di mettere avanti, tirar fuori per primo. C’è sempre uno prima che paga quello che compri.
Di solito si mettono insieme delle materie prime unite per mezzo di lavoro e si vende il risultato.
Le materie prime si comprano e il lavoro si paga. E se i soldi non li hai? Oppure se li hai, produci, non vendi e quella mancata vendita ti manda all’aria senza un soldo? Ora che la mancanza dei soldi sembra essere il problema principale di tutta l’editoria, cartacea o smaterializzata, rilegata o spillata, non ci si rassegna a fermarsi, anche perché vivendo sempre sporti sul burrone del denaro che si attende, se ci si ferma, in quel burrone ci si crolla.

Fra i tratti nobili del capitalismo delle origini c’era l’idea del rischio. Si avanzavano i propri soldi nella speranza che questi ritornassero moltiplicati una volta trasformati in merci e una volta che queste fossero state vendute, c’era un’idea innervata di fiducia nel futuro, che la somma di successivi talenti potesse moltiplicare. Un prodotto sbagliato poteva essere la rovina, che i soldi avanzati, non sarebbero ritornati più, lì stava il rischio, lì stava la bellezza.

Quindi bisogna fare senza denari –che è una pratica sempre più frequente tanto da spostare il campo semantico del lavoro non pagato, da quello di sfruttamento a quello di opportunità. Oppure bisogna che quel denaro mancante qualcuno lo avanzi.

Le banche se ne guardan bene. I patrimoni di famiglia sono stati dispersi nel secolo scorso. Restano gli acquirenti.

I singoli hanno sempre avanzato soldi per molteplici attività. La tessera di un partito si pagava per l’anno a venire, non per pagare ciò che aveva fatto ma per permettergli di fare quello che prometteva che avrebbe fatto. Le riviste le si riceveva a casa avanzando –con uno sconto- tutti i soldi dell’anno, sulla base di una speranza che aveva le sue basi sui pregressi. Sin per la pensione s’avanzano i soldi nella speranza che qualcosa ti ritorni.

Se d’altra parte in molti hanno detto che i libri non sono una merce come un’altra, allora forse ne può discendere anche che le forme con le quali si pagano possano essere diverse chessò da quelle con cui si compra un pacco di assorbenti.

Einaudi, molti lo ricorderanno, vendette i suoi libri a rate, un servizio che esiste tutt’ora. Non si vendeva, qui è quello che interessa, un libro a rate, ma tanti libri. Ogni mese una rata, stabilita all’inizio del contratto ma eventualmente modificabile. Il sistema era orientato ai libri già esistenti, ma la bilancia dei crediti e dei debiti non è fissa. Il vantaggio per la casa editrice è che si possono contabilizzare gli afflussi del denaro previsti nel futuro, è una balaustra al baratro.

Un’evoluzione di questo sistema si accompagna con la trasformazione della figura di chi legge: esiliato dalla sua solitudine, che l’ha beatamente accolto per qualche secolo, ne è stato estratto per essere ricollocato in comunità.

Felicemente disinteressato a chi conducesse una casa editrice, più o meno come ancora, anche se sempre meno, siamo disinteressati a chi conduca una ditta che produce detersivo, ora chi legge è invece indotto a pensare che ci sia comunanza fra il proprio destino e quello dell’azienda che produce il suo prodotto preferito, il libro. Se a questo aggiungiamo l’idea montante che le case editrici siano produttrici di contenuti e non produttrici di libri e che il concetto stesso di contenuto esista nella sua relazione con la comunità ecco che sin il gesto di pagare un libro entrando in un negozio appare già sotto una luce desueta e quasi bizzarra.

L’idea che il libro “non sia una merce come le altre” si è molto allargata la strada in questi anni. Che possa voler dire che -come qualunque merce- ha bisogno di processi produttivi e di cura e di comunicazione che gli si attaglino è una banalità che purtoppo viene sempre dimenticata. Quel che resta nell’uso sovente è in realtà che “il libro non è una merce”. Frase antiintuitiva visto che il libro è un oggetto -che sia materiale o meno qui poco importa-, che è prodotto da una sommatoria di talenti e competenze, secondo un processo industriale, e che prevede un produttore e un consumatore.

La penuria di soggetti che avanzino i soldi e la convinzione di chi fa libri di non star producendo merce, si salda ribaltando le responsabilità sull’acquirente, che deve essere, a questa luce, ridescritto (ancora non si può ricorrere all’idea del cliente di merce “su misura”, anche se il rischio è quello, naturalmente, cosa che segnerà una perdita secca per il lettore, costretto nella palude delle sue abitudini): se l’oggetto che produco non è una merce, l’acquirente cosa sarà?

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In Italia ci sono due esempi interessanti: Del Vecchio editore e SUR.

Il sito della Del Vecchio editore ha una sezione “Abbonamenti”: “Da oggi, abbonandoti alle nostre uscite di un anno, puoi sostenerci concretamente, aiutarci a diffondere i nostri libri e allo stesso tempo puoi risparmiare”. Segue l’elenco dei titoli previsti per l’anno, e le varie formule (tutti i titoli -200€, circa 11 a titolo-, i titoli di una collana e così via). C’è anche un abbonamento “Sostenitore”, perché nella logica della condivisione dei costi, finalizzata a un fine comunicato come comune, non può mancare.

Sono significative le tre ragioni che vengono date per invogliare ad abbonarsi così come il loro ordine gerarchico: “sostenerci”: c’è un noi che è già comunità e c’è un invito alla vicinanza, l’eco di uno sforzo comune, la solidarietà, si denuncia una debolezza e si solletica l’ego del lettore alla ricerca di una comunità di appartenenza; “diffondere”: la comunità muore se i suoi membri non aumentano e così il libro viene avvicinato al volantino, diventa strumento per la sua stessa sopravvivenza; “allo stesso tempo”, ecco, si dice, sappiamo entrambi che le ragioni vere e nobili sono le prime due, però ne avrai tu stesso un vantaggio materiale, avanzando il denaro ne puoi spendere meno di quello che faresti se scegliessi volta per volta di comprare o no.

La sezione di SUR, dedicata alla ricerca di chi avanzi i soldi per loro, si chiama, in modo diretto, “Sostienici”: ““SponSURizzare” un libro significa diventarne mecenate, portavoce, diffusore: acquisti un quantitativo di copie, aiutandone la diffusione”. Qui il lettore è dissolto in un sostenitore, e ci sono dei compiti a lui destinati: non solo dovrà avanzare i soldi, ma anche lavorare. Seguono le specifiche delle offerte, in un tono amical-colloquiale e: “I nomi degli SponSUR (con il loro permesso) verranno pubblicati sul libro “SponSURizzato” se l’acquisto avviene prima della pubblicazione; sul sito della casa editrice se a pubblicazione avvenuta”. Il lettore, che un tempo confinava la sua vanità sugli ex-libris qui ha l’autorizzazione di dilagare e il libro diventa iscrizione sulla panchina o sul marmo della nuova cappella. Infine: “È possibile fare una donazione di qualsiasi importo per sostenere l’attività di SUR. Le donazioni saranno indirizzate all’associazione culturale senza fini di lucro Emme Effe”. L’idea del libro come merce è dissolta, della casa editrice come impresa accantonata, il lettore rapito esiste se paga pegno.

La chiave su cui si gioca –chiave esiziale per ogni comunicazione tesa a costruire comunità- è l’egoismo come stigma che chi sta fuori rischia di ricevere. Ma nessun lettore, ormai, ne è fuori.

 

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(Appunti, che qui trascrivo in una versione ampliata e corredata di fotografie, appare mensilmente sulla rivista cartacea L’Indice dei Libri dal febbraio 2008; è uno spazio nel quale cerco di dar conto di novità editoriali: nuove case editrici, nuove collane, innovazioni significative nella grafica o nei programmi. Per segnalazioni, integrazioni, errori potete lasciare un commento o scrivermi via mail: federico.novaro.libri [chiocciola] gmail.com, grazie)

Articolo apparso su L’Indice dei Libri, n. 5 – XXXI, Maggio 2014.

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