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Calvino e la Centopagine Einaudi, intro di Marta Occhipinti

[Centopagine Einaudi, diretta da Calvino fra il 1971 e il 1985, è una collana breve e rada, sta tutta in un borsone del supermercato; i suoi volumi si trovano abbastanza con facilità sul mercato dell’usato; ha una grafica geniale quanto discreta, di Bruno Munari, che a un certo punto viene cambiata da Max Huber e poi ritorna quella di Munari; pubblica programmaticamente testi dell’Ottocento ma poi si allarga al Cinquecento, al Seicento, al Novecento, senza mai perdere l’assoluta coerenza allo sguardo critico che la contraddistingue. Centopagine fa parte dell’opera saggistica di Calvino che qui indaga e dimostra in pubblico la sua idea di letteratura, rivelando il suo sguardo e insieme inventando quello del suo pubblico. 77 titoli, cure, invenzioni grafiche, rimandi, allusioni e linee lanciate come esche da un volume all’altro cambiano lo sguardo dei suoi contemporanei sul gioco di carte che Calvino qui mette in scena. Grazie all’amore gentile di Ernaldo Data, raccoglitore della collezione che post dopo post presenteremo, l’intera Centopagine sarà messa in rete: le copertine, le quarte, le schede bibliografiche, la storia editoriale dei titoli, ante e post la presenza nella Centopagine, oltre a saggi critici di Marta Occhipinti, curatrice della sezione e Andrea Vendetti, caporedattore di FN, permetteranno di ricostruire un episodio apparentemente dimesso ma dal valore culturale dirompente. Dopo il progetto, per ora dolentemente sospeso, dei Coralli Einaudi e la serie Prosa Contemporanea, a cura di Mauro Maraschi, dopo Futureworld, a cura di Pietro Grandi, FN continua nella sua opera di costruzione di fondachi di materiali privati resi pubblici, nel tentativo di portare in rete ciò che in rete sembra non riuscire ad arrivare, la materialità della storia della cultura editoriale italiana. (N. d. D.)]

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Centopagine Einaudi, una ricostruzione

a cura di Marta Occhipinti, Andrea Vendetti, Federico Novaro

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1: Una collana d’autore a caccia di “materie prime”: Calvino e i CENTOPAGINE Einaudi

di Marta Occhipinti

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«… il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento…»
(Marco d’Eramo, Intervista a Italo Calvino, «Mondoperaio», 32, 1979, 6)

Critici e studiosi dell’editoria si sono da anni avvicendati nello studio e nella definizione della “ricetta Einaudi”. La ricerca di qualità, l’operosità di un laboratorio fatto di progettualità comuni, la figura dominante e provocatoria di “Re Giulio”, primus inter pares in una bottega di attenti artigiani della cultura, attivi tra gli anni Trenta e Settanta del Novecento, queste alcune delle sue principali caratteristiche. Eppure, l’espressione che più ci piace per parlare di ciò che fu lo Struzzo di via Biancamano, nei suoi cinquant’anni di autonomia, è quella che, riprendendo il volume di Severino Cesari dedicato al fitto colloquio con l’editore torinese, ci trasmette la sua febbrilità nel pensare ai libri: Casa Einaudi, dice il suo editore, è “una casa editrice di cultura con la felicità di far libri”.

Dalla formica-Pavese, perfezionista introverso in perenne tormento, alla cicala rabdomante che fu Elio Vittorini – ai cui “Gettoni”, collana sperimentale degli anni Cinquanta, è stato dedicato un nostro precedente approfondimento nella rubrica “Risvolti e Risvoltisti”, la storia delle vicende editoriali einaudiane provoca un continuo pulviscolo di discorsi critici, pari a quello che questa nuova serie vuole proporre, avendo come oggetto una delle presenze editoriali più importanti e onnipresenti della sua macchina: Italo Calvino, un solitario che amava la gente e quanto più questa aveva da esprimere, rinnegare o confermare di un mondo che percepì sempre come un labirinto essenziale alla vita e alla letteratura.

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Editore, anche di se stesso, maturato in casa Einaudi, Calvino ha attraversato numerosi aspetti dell’esperienza editoriale: dal lavoro presso l’ufficio stampa, a quello di redazione tra processi decisionali e stesure di quarte e risvolti di copertina, sino a direttore di collana tra gli anni Settanta e Ottanta. Ed è in quest’ultima veste, coincidente col periodo letterario della sua riflessione fantascientifica e “Oplepiana”, che approfondiremo il Calvino editore, ispettore delle trasformazioni sociali e culturali, accanto e oltre il lavoro di scrittore e saggista.

Da direttore editoriale ideò e guidò dal 1971 al 1985, anno della sua morte, la collana “Centopagine”, «collezione di grandi narratori d’ogni tempo e d’ogni paese», come definito nel quartino sciolto presente nei primi numeri della serie, e che qui riproduciamo, nata allo scopo di edificare «per rispondere a un fondamentale bisogno di materie prime».

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Ripartire dal “romanzesco”, inteso come tensione linguistica verso la conoscenza della realtà, e, ancora, dal ricco serbatoio letterario del Sette e Ottocento, con incursioni nel meno conosciuto Cinquecento, dai congegni linguistici di Mark Twain, Conrad o Hoffmann e da un’esigenza di brevità, oggi estremamente contemporanea, ma «sostanziosa», così da diffondere attraverso una selezione accurata di testi e autori una certa idea di letteratura: fondamenta di una cultura letteraria, e così sociale, se si pensa al mondo scritto come a un sismografo culturale, in cui la “fabbrica delle parole” è capace di estrarre continuo “combustibile dai pozzi del non-scritto”, il mondo.

«Ricordo di averlo visto veramente appassionarsi una sola volta a un progetto editoriale che implicava direzione, organizzazione, serietà: quello della collana “Centopagine”», ricordava Giulio Bollati; un’impresa che in quattordici anni pubblicò 77 titoli, tra scoperte e riscoperte, pensati con un approccio alla lettura che si voleva moderno e sperimentale, grazie ad apparati paratestuali, introduzioni, postfazioni e quarte, curate da critici e scrittori di spicco o dallo stesso Calvino, il cui nome compare fisso nel sottotitolo della collana “Collezione dei grandi narratori diretta da Italo Calvino”), con una funzione programmatica di garanzia e, al contempo, di selezione di un preciso ambito editoriale, nel quale la parola “grande” vale anche come “classico” letterario, appartenente cioè ad autori considerati emblematici, universali nel loro messaggio indagatore.

Già nell’ottobre del 1969 Calvino scriveva a Giulio Einaudi meditando sui nomi pensati per la collana, tra questi: “I poliedri”, figura geometrica che ritroveremo nel 1983 in una definizione da lui data alle sue Città invisibili, definite “un libro a poliedro”; “Supernovae” o “Azimut”: riferimenti astronomici forse chiamati a valorizzare la capacità rivelatrice di testi dalla breve durata, tra le 50 e le 200 pagine, ma estremamente luminosi se osservati da un’angolatura moderna e critica tale da divenire nuove coordinate culturali. E infatti, le teorie scientifiche incuriosivano Calvino come “macchina mitopoietica” e fonte inesauribile di metafore e storie, figure a incastro nel labirinto della scrittura, in cui il lettore deve entrare, girare e magari perdersi per poi trovare una o più delle possibili vie d’uscita: geometria e disegno divengono così delle categorie spaziali riferite alla dimensione dell’intreccio, riproposte anche nel paratesto. Sin dagli esordi la grafica della collana, affidata a Bruno Munari (con eccezione per gli anni 1976-1980 quando l’impostazione grafica riprende, variando il quadrato iconico in copertina in tondo, quella della collana “Nuovi Coralli” a cura di Max Huber), giocherà, infatti, in copertina con la fotografia in bianco e nero e con segni grafici sempre nuovi, e ripetuti più volte ad altezze diverse, a mo’ di greca ininterrotta.

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A prevalere, infine, è stato il nome “Centopagine”, etichetta che più che sulla dimensione, da non prendere alla lettera, identifica la collezione con la scelta di testi basata «sull’intensità di una lettura sostanziosa che trovi il proprio spazio anche nelle giornate meno distese della nostra vita quotidiana». Così, gli autori delle opere selezionate, 2 del Cinquecento, 2 del Seicento, 6 del Settecento, 12 della prima metà dell’Ottocento, 47 della seconda metà e 7 del Novecento, sono «presentati non nelle loro opere monumentali, non nei romanzi di vasto impianto, ma in testi che appartengono a un genere non meno illustre e nient’affatto minore: il “romanzo breve” o il “racconto lungo”».

Brevità, densità documentale o capacità creativa di una scrittura eccentrica, fiabesca ma quotidiana, e cioè conoscitiva del reale per mezzo di metafore oniriche: questi i criteri di scelta di una collana di materiali letterari, pensati per un pubblico di lettori da guidare per mano nelle pieghe del romanzo, in un dialogo costruito soprattutto attraverso le quarte da lui firmate o a lui attribuibili anche se anonime, oscillanti tra l’intento promozional-editoriale e l’impegno più precisamente critico, che rende alcuni dei suoi testi dei micro-saggi attenti e soppesati, spesso assolutamente saturi d’informazioni perché volutamente mirati a creare un’attenzione letteraria più che sulla trama, sul modo in cui essa è espressa.

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Dalla Fosca di Igino Tarchetti a Un anno di lettere di A.C. Swinburne, passando per il De Amicis de l’Amore e ginnastica e l’inedito Sterne de Un romanzo politico, pamphlet satirico e parodico alla Rabelais su un’indecorosa disputa per motivi di cariche nella diocesi di York, i “Centopagine” alternavano “testi famosi” – veri e propri cavalli di battaglia einaudiani come La sonata a Kreutzer di Tolstoj e Le notti bianche di Dostoevskij – a “scoperte” – come La Fanfarlo di Baudelaire o Un matrimonio in provincia della Marchesa Colombi (pseudonimo di Maria Antonietta Torelli-Viollier) – in una convivenza di “ottime traduzioni” di testi da tempo non pubblicati – spesso ristampe di titoli esauriti della vecchia collana “Universale” o della “Narratori stranieri tradotti” – e di “traduzioni nuove d’opere mai pubblicate in Italia” o che giacevano in casa editrice, assumendo l’attualità come lente guida del mosaico letterario e la cura della scrittura, accanto a quella della presentazione dell’opera, come criterio nella prospettiva della durata e nel contesto del catalogo (la collana con un prezzo di copertina semi economico ottenne, infatti, risultati di vendita stabili che oscillarono tra i 10.000 e le 13.000 copie, con singole eccezioni per i più conosciuti come Tolstoj, Dostoevskij, Conrad, Chopin o De Amicis, i cui titoli oscillarono tra le 15 e le 20.000 copie).

Collana d’autore, specchio dell’identità calviniana, la collezione si esaurisce con la morte del suo direttore, in anni difficili per la casa editrice, segnata dall’arrivo del commissario straordinario Giuseppe Rossotto. Tuttavia, si pensò a un ipotetico successore, Giorgio Manganelli, ma Roberto Cerati, direttore commerciale che aveva contribuito con consigli editoriali alla collana, non si mostrò entusiasta e, così, non se ne fece nulla. L’era dei “Centopagine” chiuse il sipario con il saluto finale de suo regista, bricoleur appassionato.

Proprio nell’intarsio di opere e autori ritroviamo la figura, ora nascosta ora palesata, dell’editore Calvino: letterato militante, che, attraverso note introduttive e quarte di copertina fascinose e critiche, guidò, nel segno di un preciso modello letterario, la cultura italiana negli anni del primo dinamismo editoriale, diviso tra le richieste di acculturazione dei lettori più esigenti e le difficoltà economiche, segnate dalle basse tirature, di un’editoria sempre più settorializzata per competenze e settori.

Indagare l’affascinante vicenda editoriale dei “Centopagine” significa, perciò, tentare di restituirne una dignità storica, e allora una validità e un’attualità in quanto “grande classico dell’editoria”. Perché, come insegna il suo ideatore: «i classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti».

Centopagine Einaudi, una ricostruzione

a cura di Marta Occhipinti, Andrea Vendetti, Federico Novaro

1: Una collana d’autore a caccia di “materie prime”: Calvino e i CENTOPAGINE Einaudi

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