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CECILIA MUTTI, Inghiottiti dalla mischia. FIERI DELLE FIERE? / 7

Salone del Libro di Torino

Fieri delle Fiere?

A cosa servono i Saloni e le Fiere del Libro?

una discussione a cura di Donatella Brindisi

Il settimo intervento, dopo quello di Filippo Nicosia, Marco Baliani, Lotto 49, Pietro Del Vecchio, Paolo Canton e Carolina Cutolo ci è arrivato da Cecilia Mutti. Grazie!

in coda al post una nota di FN e una di Donatella Brindisi

 

Salone del Libro di Torino

 

FdF#7: Cecilia Mutti, Inghiottiti nella mischia

Ho sempre guardato le fiere editoriali con un atteggiamento molto simile a quello descritto da Donatella Brindisi nella sua nota introduttiva a questa discussione [ora in coda al post, ndr.]: un senso del dovere che mi portava o a frequentarle pur non amandole o a evitarle con vago disagio misto a sollievo.

Da quando però ho aperto la mia casa editrice, la Nuova Editrice Berti, qualcosa è cambiato. Subito ho dato per scontato che prima o poi avrei partecipato a “Più libri, più liberi” (tentare Torino per ora è prematuro); aspettavo solo di avere un catalogo adeguato, che si presentasse come un progetto coerente.

Quest’anno, pur tra vari tentennamenti dovuti anche ai dubbi sollevati dal post introduttivo di FN [FdF#0] (che condivido), ho fatto domanda d’ammissione, ma sono stata rimbalzata dalla lunga lista d’attesa, e di nuovo ho provato quel sollievo, stavolta privo di ogni senso di colpa, perché so che tutto è solo rimandato. Così sono scesa a Roma da visitatore per vedere cosa mi aspetta un giorno, spero già il prossimo anno.

Se il vero problema contro cui lottano i piccoli editori è la scarsa visibilità in libreria, una fiera come quella di Roma è sicuramente una buona occasione per esporre il proprio catalogo, mostrandone l’organizzazione in collane, la coerenza nella scelta dei titoli, la cura del dettaglio.

È da poco che faccio l’editore, per cui al momento prevale l’entusiasmo e pur non amando i bagni di folla ammetto di essere attratta dalla prospettiva di mettermi in gioco insieme ai libri, guardando che faccia fa la gente mentre li sfoglia.

Certo, il fatto di ritrovarsi inghiottiti nella mischia di un mercatone disordinato e disomogeneo non aiuta, ma tanto vale prenderla come una sfida per emergere, farsi riconoscere, scegliere e preferire, proprio come in libreria.

Da espositore non mi piacerebbe trovarmi in una riserva protetta per panda. Alla fine, nella vita vera dobbiamo confrontarci con quello che è il mercato, dove c’è di tutto. E in fiera, le case editrici ci vanno per vendere, cosa legittima e giusta perché la piccola/media/grande casa editrice è innanzi tutto un’impresa.

Però quello che molti sembrano non capire è che si venderebbe di più, se contesto e contenuto fossero migliori.

Da visitatore vorrei che l’organizzazione si facesse carico di una selezione all’ingresso per garantire il livello qualitativo del materiale esposto: così potrei godermi la fiera per intero, senza saltare a piè pari la metà degli stand.

A mio parere, si dovrebbe partire con l’escludere chi editore non è, o quantomeno confinare in un’area dedicata quelle presenze ibride in bilico tra gadgettistica e hobbistica e cartolibreria.

Poi, sarebbe utile e sensato continuare ad accorpare le case editrici per ambiti d’interesse, allestendo spazi destinati all’editoria per bambini (magari con laboratori interattivi) e agli editori d’arte e saggistica (con mostre e cicli di conferenze). Mi piacerebbe che gli editori di narrativa fossero invitati e sollecitati a proporre delle anteprime o a promuovere iniziative speciali legate alla fiera che andassero oltre il prendi tre paghi due.

Si tratta di pochi accorgimenti, ma aiuterebbero a trasformare via via la fiera da mercato in evento. Infine, per migliorare il contesto basterebbe investire in una direzione artistica che si occupasse di dare un aspetto invitante allo spazio-contenitore. Impianto fieristico a parte, si potrebbe pensare ad allestimenti tematici temporanei da variare ogni anno, magari anche promuovendo un concorso d’idee.

Sarebbe già tantissimo. Al resto dovrebbero pensarci gli editori.

Il fatto che oggi molti abbiano almeno in parte abdicato al loro ruolo, scegliendo la via più semplice e rinunciando a proporre qualcosa d’interessante e ben concepito non è una giustificazione per livellarsi verso il basso. Le serie tv americane, decisamente popolari negli intenti ma spesso meglio girate e prodotte di tanti film d’essai, dovrebbero essere un chiaro esempio di come la qualità non vada per forza a braccetto con gli intellettualismi, e di come si possa raggiungere un pubblico vasto con un buon prodotto, libero da qualunque intento elitario.

Un editore non fa cultura a prescindere da quello che propone, e per esser popolare un libro non deve per forza essere brutto. Copertine ammiccanti, personaggi famosi che s’improvvisano scrittori, carta scadente, sconti da saldi perenni: tutto contribuisce a far crollare la qualità dell’offerta. Il libro esce mortificato dal suo stesso mercato, sempre più solo un bene di consumo – spesso molto meno attraente di altri e con una vita brevissima.

Nel suo fare impresa, la casa editrice si porta dietro la responsabilità culturale di coinvolgere sempre più consumatori di libri, che a loro volta ne coinvolgeranno altri, innescando l’abitudine alla lettura e al gusto per la lettura.

Non si può imporre un cambiamento dall’alto così come non si può costringere la gente a leggere, ma scegliere la qualità sarebbe già un buon inizio. E da questo punto di vista il piccolo editore ha in mano una carta in più, il lusso di poter uscire dagli schemi e provare un modello diverso.

Che trattino di manualistica o saggistica o narrativa o altro, poco importa: se i libri esposti fossero tutti ben curati, noi potremmo esser fieri delle fiere, perché si presenterebbero ricche di proposte allettanti.

Intanto, però, prima ancora che fieri delle fiere, i piccoli editori dovrebbero cominciare con l’essere fieri del loro catalogo, e abbastanza ambiziosi da stare tra loro solo nella speranza di diventare grandi, un giorno.

FdF#7: Cecilia Mutti, Inghiottiti nella mischia

[Cecilia Mutti è nata a Parma, dove vive, nel 1978. Ha sempre lavorato con i libri, prima in redazione, poi come editor e traduttrice. Da settembre 2011 è felicemente alla guida della Nuova Editrice Berti]

Gli interventi precedenti

FdF#0: FN, Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore, FN

FdF#1: Filippo Nicosia, I libri: venderli non basta

FdF#2: Marco Baleani, Ecosistema

FdF#3: Lotto 49, La responsabilità degli “editori editori”

FdF#4: Pietro Del Vecchio, Disaffezione

FdF#extra, 1: Bibliocartina, Su Lucca Comics

FdF#5: Paolo Canton, Incapaci a raccontarsi

FdF#6: Carolina Cutolo, Censure culturali?

Salone del Libro di Torino

(Il Salone del Libro di Torino del 2013 si caratterizzava per l’ampio spazio dato a qualunque cosa. Esigenze di bilancio avevano legittimato la presenza di stand, molto apprezzati, dalle categorie merceologiche le più diverse. Pensa che ti pensa, coi tempi bradipici che lo contraddistinguono, FN pubblicò a fine luglio un pezzo sulla cosa. Il centro del ragionamento era: fiere e saloni sono ancora utili alle case editrici? O ormai non rischiano di essere utili soltanto -e non sempre- nell’immediato riscontro di cassa e basta? Non sarebbe forse necessario un luogo in cui le case editrici possano comunicare quello che fanno, i loro progetti, la loro storia? Chi legge è aiutato o ostacolato, nel suo avvicinarsi alle case editrici e ai libri, da dei luoghi e dei format come le fiere e i saloni?

Naturalmente uscire a metà luglio con un inizio di discussione e sperare di essere letti fu un po’ velleitario. Rispose Filippo Nicosia, prima di partire col viaggio di Pianissimo -risposta concreta a una delle questioni dirimenti: non è che forse le case editrici sono legate a un’idea di lettore che non ha riscontri reali, che è pura immaginazione o desiderio?

Ora, novembre, nei pressi della Fiera della Piccola e Media editoria di Roma, per le cure di Donatella Brindisi, su FN si prova a rilanciare l’argomento)

[F. N.]

Quest’anno, per la prima volta da quando mi occupo di editoria come studiosa e professionista (ovvero da una dozzina di anni) mi è capitato, a causa di imprevisti personali, di non aver partecipato alle ultime edizioni delle due principali fiere del settore (ovvero il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio e Più Libri Più Liberi di fine 2012).
A un primo momento di vago disagio (senso di colpa? timore di perdere qualche importante occasione lavorativa? dispiacere di non incontrare i colleghi di sempre per le consuete festicciole e la chiacchiera di rito?), è subentrata un’inconfessabile sensazione di sollievo. Sollievo da cosa? mi chiedevo. Forse dalla stanchezza fisica che solitamente segue questi faticosi tour de force? È stato solo mesi dopo, leggendo per caso l’articolo “Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore” di Federico Novaro, che ho avuto una piccola illuminazione personale.

Forse anch’io ero stanca di quella sensazione caotica in cui troppo facilmente il bello e il brutto, l’utile e l’inutile, il prezioso e il dannoso sono accostati confusamente e quasi senza una logica precisa tra gli stand dei cosiddetti saloni del libro. Ho cominciato a riflettere anch’io sulle ragioni e, soprattutto, sulle conseguenze di questa situazione.
Quando, partendo proprio da quell’articolo dello scorso luglio, FN mi ha proposto di provare a creare insieme uno spazio di confronto e discussione sulla funzione e l’utilità delle fiere editoriali italiane, un luogo in cui gli addetti ai lavori potessero discutere liberamente delle diverse esperienze e necessità, magari proponendo idee alternative e suggerendo soluzioni per migliorare l’attuale status quo delle fiere editoriali, ho accettato con entusiasmo.

E, almeno per quel che mi riguarda, con il bisogno di spazzare via una serie di luoghi comuni (o forse si tratta di rompere un tabù?): che qualunque libro sia bello, che ogni editore sia buono, che le fiere editoriali facciano sempre bene alla lettura e alle case editrici e, soprattutto, che di questi tempi ci si debba accontentare. Ecco. Noi non ci accontentiamo. E questo spazio è dedicato a coloro che, come noi, credono che nonostante tutto si possa ancora fare qualcosa per migliorare la realtà. O, almeno, provarci.

[Donatella Brindisi]

[la fotografia, logo della serie, è stata scattata al Salone del Libro di Torino il 17 maggio 201

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