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CAROLINA CUTOLO, Censure culturali? FIERI DELLE FIERE? / 6

Salone del Libro di Torino

Fieri delle Fiere?

A cosa servono i Saloni e le Fiere del Libro?

una discussione a cura di Donatella Brindisi

Il sesto intervento, dopo quello di Filippo Nicosia, Marco Baliani, Lotto 49, Pietro Del Vecchio e Paolo Canton ci è arrivato da Carolina Cutolo. Grazie!

in coda al post una nota di FN e una di Donatella Brindisi

Salone del Libro di Torino

 

FdF#6: Carolina Cutolo, Gli editori a pagamento alle fiere del libro

Dopo aver letto tutti gli interventi a questo dibattito sulle fiere del libro inaugurato e lanciato da Federico Novaro, mi sono resa conto di trovarmi d’accordo con considerazioni e interventi apparentemente contraddittori tra loro, e ho capito perché a Novaro stia tanto a cuore questo discorso pubblico, questo scambio intrecciato di diversi punti di vista sullo stesso tema: perché le fiere sono degli eventi circoscritti nel tempo ma che concentrano in sé e mettono in luce nello stesso momento praticamente tutti gli aspetti non solo della crisi attuale dell’editoria, ma della sua natura, delle sue ipocrisie, delle sue qualità.

Non è possibile dunque per un singolo osservatore fare luce contemporaneamente di tutti gli aspetti della questione, ma ogni singolo punto di vista, pur opponendosi agli altri su alcuni temi, è importante per ricostruire un quadro il più possibile rappresentativo, seppure inevitabilmente complesso e contraddittorio, che permetta di stabilire finalmente, con davanti una sorta di mappatura delle problematiche, un’adeguata strategia d’azione.

Il mio punto di vista è da una parte quello di autrice di libri, ma dall’altra quello di titolare di un blog, Scrittori in Causa, che si occupa da quasi quattro anni degli aspetti legali della pubblicazione, dei contratti di edizione e dei diritti degli autori, non posso quindi che provare a portare il mio contributo al dibattito su questi temi.

In occasione dell’edizione appena conclusasi di Più Libri Più Liberi, fiera della piccola e media editoria di Roma, attraverso un articolo sul mio blog e un video realizzato insieme a Scrittori Precari in cui intervistavamo una serie di editori, quasi tutti a pagamento, presenti alla scorsa edizione della fiera romana, ho sollevato la questione della presenza degli editori a pagamento alle fiere del libro, considerando che molti autorevoli operatori del settore sono pronti a condannare questa prassi palesemente in contrasto con l’art. 118 della Legge sul Diritto d’Autore (Marco Polillo, presidente dell’AIE e Fabio Del Giudice, direttore di Più Libri Più Liberi, tra gli altri), ma di fatto continuano a tollerarla come se non ci fosse nulla da fare, come se si trattasse di un problema insolubile e fosse meglio occupare le proprie energie su altri fronti, come per esempio il problema del calo delle vendite dei libri (6,5% in meno rispetto allo scorso anno) e della morìa dei lettori, che invece nonostante la presunta concentrazione dei loro sforzi, continuano a calare.

Io credo invece che se finalmente chi di dovere attuasse delle strategie di giusta stigmatizzazione di queste prassi editoriali al limite della legalità proprio attraverso l’esclusione degli editori a pagamento dalle fiere, sarebbe un’importante svolta non solo legale, ma soprattutto culturale.

C’è un numero altissimo di piccoli editori che sopravvivono a stento ma preferirebbero chiudere i battenti piuttosto che mettere il rischio imprenditoriale sulle spalle degli autori.

Ebbene, se Più Libri Più Liberi avesse posto come condizione per il noleggio degli spazi espositivi l’essere editori “puri”, e non “mezzi editori”, ai facenti richiesta, 23 stand della fiera appena conclusasi, invece di ospitare pseudo-editori che lucrano sui propri autori e pubblicano praticamente qualunque cosa, sarebbero stati occupati da editori che, investendo il proprio denaro sulle pubblicazioni, non solo scelgono cosa pubblicare, e dunque esercitano il proprio ruolo di soggetti culturali, ma sono decisamente più motivati a lavorare bene alla promozione dei propri libri, perché non hanno già incassato dagli autori, ma li hanno scelti tra decine o centinaia di altri, perché hanno esercitato quella sacrosanta selezione che è senso critico, assunzione di piena responsabilità, e non pubblicazione indistinta di chi paga, né censura culturale, come Fabio Del Giudice, direttore di PLPL, ha demagogicamente definito la proposta di escludere gli editori a pagamento dalle fiere del libro.

Dunque dal mio punto di vista, la questione che mi preme rilevare, non più importante delle altre ma senza dubbio fondamentale per ricostruire la mappatura di cui sopra, è la qualità degli editori presenti in fiera, attraverso una selezione basata innanzitutto sull’essere editori puri, che cioè, come dice la legge, investono esclusivamente il proprio denaro sulle pubblicazioni. E questa qualità degli editori presenti alle fiere è cruciale non solo per un discorso morale sulle prassi di pubblicazione, ma proprio per una questione culturale e di qualità: si tratterebbe di un piccolo ma importante segnale che permetterebbe di raggiungere un numero sempre maggiore di lettori affezionati, fidelizzati, perché, come molto giustamente considera Del Vecchio nel suo intervento: “Se pubblichiamo prodotti scadenti disaffezioniamo i lettori, e i lettori disaffezionati leggeranno sempre meno”, e viceversa.

Ovviamente questo è solo il mio punto d’osservazione, e tra l’altro sto tenendo fuori, per forza di cose, un numero di questioni importantissime legate ai contratti di edizione e alle convenzioni editoriali, indipendenti dai contributi d’autore ma altrettanto cruciali: le numerose trappole presenti nei contratti di edizione, la tendenza sfacciata e diffusissima di un numero impressionante di editori (anche insospettabili) a non pagare gli autori entro le date stabilite dai contratti, cose che, insomma, non fanno necessariamente di un editore che non chiede contributi agli autori un buon editore, anzi.

Tuttavia mi sembra importante partire dalla questione dell’editoria a pagamento perché è la più visibile e perché a parole è condannata quasi unanimamente, eppure nessuno fa niente per cambiare le cose.

Alle organizzazioni delle fiere del libro non costerebbe assolutamente nulla escludere gli editori a pagamento, perché gli spazi espositivi sarebbero rimpiazzati dai molti editori non a pagamento ogni volta esclusi per questioni di spazio.

E questo sarebbe solo l’inizio, perché pur comprendendo i legittimi dubbi esposti da Marco Baleani sui rischi di portare avanti istanze identitarie che escludono invece di includere, e le sue giuste riflessioni sull’importanza di una cultura popolare e non d’élite, credo che una selezione priva di snobismo, e che cioè includa qualità e cultura popolare senza scinderle, sia l’unica chiave possibile per recuperare la fiducia dei lettori che si stanno allontanando dal mondo del libro.

Ricordiamoci che “selezione” non è una parolaccia, né necessariamente coincide con una “censura culturale” (espressione usata a sproposito talmente spesso che è ormai sempre più difficile ricordarne e applicarne il significato corretto), ma è solo e semplicemente la carta d’identità di ogni singolo editore, che proprio selezionando, scegliendo cosa pubblicare costruisce non solo la propria identità ma anche la propria credibilità.

Quello che chiedo alle fiere è di fare lo stesso.

Non è facile scegliere, richiede studio, competenza, capacità di imparare dagli errori, abilità nel correggere il tiro, pazienza, lungimiranza, autentica dedizione.

Ma finché questo sforzo non sarà considerato necessario e, come sostiene nel suo intervento Filippo Nicosia, “Finché il criterio di selezione sarà esclusivamente economico rispetto all’assegnazione degli stand e delle sponsorizzazioni, […] le cose difficilmente cambieranno”.

FdF#6: Carolina Cutolo, Gli editori a pagamento alle fiere del libro

[ Carolina Cutolo gestisce il blog Scrittori in Causa, attraverso il quale da circa 4 anni fornisce agli autori informazioni e consulenze legali gratuite su contratti di edizione e contenziosi con gli editori. Ha pubblicato Pornoromantica (Fazi, 2007) e Romanticidio (Fandango Libri, 2012). Al momento sta curando due antologie che usciranno a primavera 2014: Martini Eden per Nutrimenti, e Grazie di esistere per ISBN Edizioni.]

Gli interventi precedenti

FdF#0: FN, Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore, FN

FdF#1: Filippo Nicosia, I libri: venderli non basta

FdF#2: Marco Baleani, Ecosistema

FdF#3: Lotto 49, La responsabilità degli “editori editori”

FdF#4: Pietro Del Vecchio, Disaffezione

FdF#extra, 1: Bibliocartina, Su Lucca Comics

FdF#5: Paolo Canton, Incapaci a raccontarsi

Salone del Libro di Torino

(Il Salone del Libro di Torino del 2013 si caratterizzava per l’ampio spazio dato a qualunque cosa. Esigenze di bilancio avevano legittimato la presenza di stand, molto apprezzati, dalle categorie merceologiche le più diverse. Pensa che ti pensa, coi tempi bradipici che lo contraddistinguono, FN pubblicò a fine luglio un pezzo sulla cosa. Il centro del ragionamento era: fiere e saloni sono ancora utili alle case editrici? O ormai non rischiano di essere utili soltanto -e non sempre- nell’immediato riscontro di cassa e basta? Non sarebbe forse necessario un luogo in cui le case editrici possano comunicare quello che fanno, i loro progetti, la loro storia? Chi legge è aiutato o ostacolato, nel suo avvicinarsi alle case editrici e ai libri, da dei luoghi e dei format come le fiere e i saloni?

Naturalmente uscire a metà luglio con un inizio di discussione e sperare di essere letti fu un po’ velleitario. Rispose Filippo Nicosia, prima di partire col viaggio di Pianissimo -risposta concreta a una delle questioni dirimenti: non è che forse le case editrici sono legate a un’idea di lettore che non ha riscontri reali, che è pura immaginazione o desiderio?

Ora, novembre, nei pressi della Fiera della Piccola e Media editoria di Roma, per le cure di Donatella Brindisi, su FN si prova a rilanciare l’argomento)

[F. N.]

Quest’anno, per la prima volta da quando mi occupo di editoria come studiosa e professionista (ovvero da una dozzina di anni) mi è capitato, a causa di imprevisti personali, di non aver partecipato alle ultime edizioni delle due principali fiere del settore (ovvero il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio e Più Libri Più Liberi di fine 2012).

A un primo momento di vago disagio (senso di colpa? timore di perdere qualche importante occasione lavorativa? dispiacere di non incontrare i colleghi di sempre per le consuete festicciole e la chiacchiera di rito?), è subentrata un’inconfessabile sensazione di sollievo. Sollievo da cosa? mi chiedevo. Forse dalla stanchezza fisica che solitamente segue questi faticosi tour de force? È stato solo mesi dopo, leggendo per caso l’articolo “Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore” di Federico Novaro, che ho avuto una piccola illuminazione personale.

Forse anch’io ero stanca di quella sensazione caotica in cui troppo facilmente il bello e il brutto, l’utile e l’inutile, il prezioso e il dannoso sono accostati confusamente e quasi senza una logica precisa tra gli stand dei cosiddetti saloni del libro. Ho cominciato a riflettere anch’io sulle ragioni e, soprattutto, sulle conseguenze di questa situazione.

Quando, partendo proprio da quell’articolo dello scorso luglio, FN mi ha proposto di provare a creare insieme uno spazio di confronto e discussione sulla funzione e l’utilità delle fiere editoriali italiane, un luogo in cui gli addetti ai lavori potessero discutere liberamente delle diverse esperienze e necessità, magari proponendo idee alternative e suggerendo soluzioni per migliorare l’attuale status quo delle fiere editoriali, ho accettato con entusiasmo. E, almeno per quel che mi riguarda, con il bisogno di spazzare via una serie di luoghi comuni (o forse si tratta di rompere un tabù?): che qualunque libro sia bello, che ogni editore sia buono, che le fiere editoriali facciano sempre bene alla lettura e alle case editrici e, soprattutto, che di questi tempi ci si debba accontentare. Ecco. Noi non ci accontentiamo. E questo spazio è dedicato a coloro che, come noi, credono che nonostante tutto si possa ancora fare qualcosa per migliorare la realtà. O, almeno, provarci.

 

[Donatella Brindisi]

[la fotografia, logo della serie, è stata scattata al Salone del Libro di Torino il 17 maggio 2013]

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