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Capri: 1 / La ballata dell’isola perduta, di Massimo Scotti.

massimo scotti

Souvenir de Caprí

di Massimo Scotti

1: La ballata dell’isola perduta

L’ultima volta in cui ho visto Capri è stata atroce.
Come quando torni da una persona amata e la vedi vecchia all’improvviso, sciupata. Con i capelli sfatti. In abbandono.
C’erano ovunque cartelli con l’inutile scritta “Vendesi”, proprio nel momento in cui nessuno comprava niente.

Sulla Piazzetta, invece dei bei ricchi sciuponi di una volta, c’erano torme di avventizi. Gente stranita, un po’ annoiata, che non sapeva di preciso come fosse capitata là né cosa poteva fare per passare il tempo: l’isola è un panettone, le spiagge sono poche, piccole e quasi tutte cementate. La vita notturna latita. Quella diurna è fatta sostanzialmente di compere costose e tentativi di sfuggire a eserciti di turisti che invadono i luoghi canonici, strepitano, mangiano, strillano, si perdono, si cercano, urlano, litigano, si foderano di pizza, ruttano riversi nei Giardini di Augusto e poi se ne vanno, verso sera, con i piedi gonfi.

Basta uscire appena un po’ dai percorsi più battuti per sentirsi liberi, ma anche, ultimamente, un po’ soli. E le solitudini delle isole sono – com’è noto – tremende.

massimo scotti

Dove saranno mai finiti i miliardari di una volta, che scendevano dai panfili per un limoncello sulla Piazzetta? Dove sarà ora quella simpatica decrepita che io e Demetrio chiamavamo L’Egizia, o La Donna Eterna, in pellegrinaggio costante fra i tavoli dei vip, con la mano tesa a sorreggere una borsetta minuscola quanto perversamente preziosa, tutta tempestata di diamanti? E la coppia di ziacce antiche, sempre in completi pastello (pratolina, violacciocca, mimosa, celeste Impero, penicillina), con cappelli a tese larghissime, che trattavano i camerieri del bar Caso come se fossero nipotini un po’ discoli? E tutti quei bruttoni impomatati con fascinosissime al seguito, una diversa ogni estate, sempre bovini, loro, e sempre stordite o nervose, le belle? E quei celeberrimi un po’ di risulta, che uscivano dagli armadi del tempo per vedere se qualcuno, almeno a Capri, li riconosceva ancora?

Una folla di anonimi oggi langue ogni sera fra i tavoli. E i camerieri imperterriti scrutano l’orizzonte, pensando probabilmente al tempo che fu.

Quell’ultima volta ho incontrato Cesare De Seta, conoscitore illustre del Grand Tour, anche lui amante di Capri, e gli ho chiesto: “Ma non trova che la Piazzetta sia cambiata?”. Mi ha risposto, dolente e allarmato: “Amico mio, non è cambiata la Piazzetta, è cambiato il mondo”.

Penso spesso a queste parole, che testimoniano quanto sia profonda la famosa crisi.

massimo scotti

Il glorioso Centro di Studi Capresi Ignazio Cerio rischia la chiusura.

E visitando in un solo giorno l’antica Certosa e le rovine di Villa Jovis, mi è parso di riconoscere il guardiano: certo, perché ormai è uno solo, che la mattina tiene aperta la residenza imperiale e il pomeriggio la Certosa. Non c’è modo di pagare due stipendi diversi a due custodi, fa tutto uno, tanto i visitatori in entrambi i casi sono pochissimi.
Ma se con l’introito giornaliero di una sola boutique si potrebbe salvare la Grecia dal crollo, davvero è impossibile trovare i soldi per tenere aperti i monumenti storici?
Passando tra le vecchie ville in vendita si può pensare a storie ormai consumate.

Petrolieri che persero tutto ai tavoli del baccarà. Dive in disarmo, amanti segrete in eterno, esiliate sul Golfo, a ingiallire come limonaie. Appena morte, i nipoti dei fedifraghi che le mantenevano si saranno affrettati a liberarsi delle loro case del vizio. Venduto il ricordo, archiviata la vergogna.massimo scotti

E sulla Piazzetta rimangono quelli che certi taxisti chiamano, impietosamente, “i puttanoni”. Ormai ridotte a cumuli di silicone, in strati color argilla, cotti dal sole, nascondono a fatica i solchi degli anni sotto occhiali da sole grandi come schermi tv, firmati con grandi iniziali di case di moda in oro lampeggiante, o sotto falde di cappellacci da brigante, spioventi sui volti inespressivi, ma ingrugnati.

Ai tavolini dell’Hotel Quisisana, invece, stanno aggrappati in permanenza certi antichissimi, emersi proprio là con la fine delle Glaciazioni, più ricchi di Creso, coperti di ori appannati dal tempo e allietati ogni tanto dalla presenza di qualche giovanotta, stile Susanna e i Vecchioni, guardata con astio dalle mogli mummificate. Demetrio sostiene che li calino direttamente dai balconi del Quisisana per l’aperitivo e li tirino su a un certo punto della notte, ormai assopiti, con le stesse carrucole.

Bisogna ammettere che a Capri si andava anche per vedere lo spettacolo dello spreco. Ma proprio quello felliniano, sfarzoso, sfacciato. Se non è più pittoresco, se assomiglia al Titanic mezzo affondato, mette malinconia.

Dunque un altro dei tanti miti capresi è svanito. E allora cos’altro si può fare se non ricordarli tutti, uno per uno?

La memoria in certi casi è una gran consolazione, e di memorie Capri è costellata, satura, lastricata: ho provato a raccontarne qualcuna, anni fa, ma non è mai abbastanza e nessuna storia è mai definitiva.

Quindi, per consolarmi e per sentir ripetere favole narrate già cento volte, come si fa da bambini, proverò a tornare nella mia isola più amata, ma senza troppe nostalgie, come se lei non fosse cambiata mai.

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massimo scotti

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1: La ballata dell’isola perduta

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