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Capri: 3 / L’estate appassisce silenziosa, di Massimo Scotti.

massimo scotti

Souvenir de Caprí

di Massimo Scotti

3: L’estate appassisce silenziosa

Perché la sofferenza

D’amore non si cura

Se non con la presenza

Della tua figura

Giuni Russo

La fine dell’estate a Capri è tutt’altro che malinconica. Succede un po’ come quando, all’inizio del Gattopardo, le prefiche vestite di nero se ne vanno dopo il rosario, e lasciano apparire le ninfe nude negli affreschi sulle pareti del palazzo del principe di Salina.

I turisti ripartono, almeno le turbe più moleste. Arrivano per qualche giorno gli inquilini delle ville storiche, dopo aver passato le vacanze in posti esotici e appartati, e trascorrono qualche giorno sull’isola proprio per giustificare, con qualche ora di bellezza, le spese assurde che comporta avere una casa a Capri.

E ritornano, soprattutto, Spiriti, Dei e Semidei che, come le Fate di Kipling, non amano il chiasso.

Che le divinità siano tornate lo si capisce dalla quantità di fiori e foglie verdi che ancora spuntano a settembre, come faranno poi fino a ottobre inoltrato, per non parlare di qualche gelsomino caparbio che si ostina a festeggiare i Morti, la nascita di Nostro Signore e magari l’anno nuovo: in pratica, di fiorire non smette mai.

Gli Dei a Capri avevano le loro specifiche residenze: le sette ville planetarie dedicate ognuna a un nume olimpico. L’unica rimasta, identificabile con certezza, è quella di Giove, in cui risiedeva il sovrano che fece dell’isola – per breve tempo, purtroppo – la capitale dell’impero: il grandissimo Tiberio.

La leggenda delle sette ville è rinomata, come quell’altra, delle sette sorgenti d’acqua pura; sicuramente a Capri esistono giacimenti idrici sotterranei, dato che l’isola è calcarea e non vulcanica (cosa che giustificherebbe una tale abbondanza di vegetazione). Acque segrete, dunque, sotterranee, che un tempo sgorgavano dal suolo e alimentavano nell’antichità vari giardini; sette ville celesti e sette fonti, un sogno per i numerologi più fantasiosi, nonché per i cultori del genius loci.

Questa categoria dell’immaginario è caduta recentemente in disgrazia. Provate a parlare di genius loci a un architetto e vedrete se non gli si rizzano i capelli in testa, perfino ai calvi. I quali, anche per comprensibili problemi estetici, sono sempre i più irritabili.

Ma perché odieranno tanto il genius loci, poi? Forse il concetto è abusato. Forse se n’è parlato tanto che ha stancato. Non vedo altra spiegazione possibile, perché l’idea è affascinante: uno spirito che promana da un luogo, lo protegge e insieme lo anima, mostrandosi quando vuole a chi lo visita, ma senza esporsi troppo. Richiede una certa collaborazione da parte del visitatore, una sensibilità predisposta, il desiderio di capire, cosa purtroppo negata in genere ai crocieristi così ben descritti da David Foster Wallace in Una cosa divertente che non farò mai più, libro sardonico e amaro, di comicità scatenata.

Se esiste un luogo al mondo in cui la presenza del genius loci è inoppugnabile, questo è l’isola di Capri, e sfido chiunque a contraddirmi.

 massimo scotti

Proprio nel tempo in cui l’estate si congeda, i residenti di una volta si ritrovavano padroni dei luoghi e riprendevano le loro abitudini, fatte soprattutto di brindisi e di chiacchiere, di feste a sorpresa qua e là, da una dimora storica all’altra, i cui ospiti immancabili erano Cerio, Douglas, e altri due celebri scrittori isolani, Compton Mackenzie e sua moglie Faith. Di Compton riparleremo, perché ha scritto due romanzi squisiti e dedicati ciascuno a un mondo peculiare: la schiera delle Figlie di Saffo, di cui si parla in Extraordinary Women (tradotto in italiano come “Donne pericolose”, forse per acchiappare un pubblico maschilista) e l’esercito degli Uraniani, che si riassume nella figura totalizzante, molto più che emblematica, del barone Fersen. A lui è dedicato Vestal Fire (tradotto anche questo in modo curioso, “Le Vestali del Fuoco”).

I romanzi hanno fatto il giro del mondo, letteralmente, diffondendo la nomea di Capri, che viene chiamata da Mackenzie, in modo allusivo ma trasparente, “Sirene”, e vedremo perché; pochi invece ricordano la signora Faith, complice sposa, che Ciro Sandomenico stranamente non nomina nella sua informatissima bibliografia. La cita invece Francesco Durante in Il richiamo azzurro: Storia letteraria dell’isola di Capri, libro stupendo che integra e amplia quello di Sandomenico.

 massimo scotti

Non posso fare a meno di citare almeno il risvolto di copertina: “La storia presenta a volte certe incomprensibili anomalie. Per esempio, Garibaldi – uno che praticamente era stato dovunque – non venne mai a Capri. Il suo caso è quasi unico, perché a Capri, da un certo punto in poi, ci sono passati veramente tutti. Tanto che, nell’affrontare il progetto di questa breve storia della ‘letteratura caprese’, cioè di tutto o più o meno tutto ciò che gli scrittori hanno scritto di/su/a Capri negli ultimi duemila anni circa, ero partito dall’idea che avrei potuto sbrigarmela più alla svelta stilando un elenco di chi sull’isola non c’era mai stato”. E questo mi fa pensare alla mia amica Barbara, e a ciò che disse degli scrittori e degli artisti in genere, cerando di capire quanti e quali appartenessero alla doppia sfera della safficità e dell’uranismo: “Scotti fai prima a dire quelli che non lo erano”.

Non posso neanche fare a meno di confessare che sto parlando di due persone a me molto care: Barbara è stata un’altra dei miei compagni di viaggio, ma devo chiederle il permesso di raccontare quella storia; Francesco è nato ad Anacapri e ha avuto la grazia di chiamare una volta, lui e me, “Noi isolani”, includendomi in un’aurea categoria a cui non appartengo di fatto, se non con il cuore (sono nato a Milano ma, lo vedete, un po’ come le mucche di Cerio, vivo praticamente di nostalgia).

 massimo scotti

Dunque, Faith Mackenzie: nei suoi romanzi, come Mandolinata, si parla di Capri, ma anche nei suoi libri autobiografici, “dai titoli sempre assai promettenti” dice Francesco Durante: More than I Should (1938), As Much as I Dare (1940) e soprattutto quello che preferisco, Always Afternoon (1943). È un titolo perfetto e misterioso: chissà perché si chiama così? Ogni volta che me lo chiedo azzardo una risposta: perché per loro era appunto “sempre pomeriggio”, dal momento che andavano a letto quasi sempre all’alba, ubriachi, e la loro vita vigile era esclusivamente pomeridiana.

D’altra parte, cosa c’è al mondo di più bello del pomeriggio, d’estate, su un’isola?

Questi romanzi, come le biografie e le autobiografie, benché scritti più avanti, fra le due guerre, parlano tutti dei tempi d’oro, dalla fine dell’Ottocento al 1915, tragica data in cui l’Europa impazzita pose fine a tante cose, e anche al piccolo mondo antico di Capri, “one of the most extraordinary places in Europe”, come dice Sally Beauman in una prefazione a Vestal Fire del 1985.

Perché questo posto fosse tanto straordinario, cercheremo di spiegarlo qui, ma per ora si può sintetizzare così: era una minuscola oasi di libertà, un angusto miraggio di utopia realizzata, dove i diritti umani venivano riconosciuti senza leggi o contratti, solo per il fatto che, in una tale congerie di eccentrici, limitare le loro stravaganze e le loro individuali licenze, licenziosità e indecenze era semplicemente impossibile. I russi espatriati facevano gli anarchici, le signore si innamoravano fra loro alacremente, i signori andavano a caccia di fauni, pescatori ed efebi locali, la Marchesa Casati si mostrava ignuda a celebri dottori, e nessuno si scandalizzava più di tanto, anche perché i fiumi di champagne e di vino vesuviano limitava molto la lucidità o le velleità di moralismo.

In pratica, ben pochi erano in grado di accorgersi razionalmente di cosa facessero gli altri, ed erano in condizioni tali da non riuscire a stupirsi profondamente, ma in compenso si passava il tempo in giardini incantati di pettegolezzi, dove ogni avvenimento, anche il più futile e meno riferibile, assumeva dimensioni epiche e dava luogo a una sequenza infinita di chiacchiere, testimoniate dai tanti romanzi a chiave che raccontano quelle avventure, pomeridiane e notturne, tutte segrete e tutte risaputissime.

massimo scotti

Cercheremo nella memoria almeno alcune di queste vicende, ma per ora, visto che a me personalmente la fine dell’estate mette proprio malinconia, proverò a consolarmi pensando a un mondo perduto in cui l’estate non finiva mai.

E penserò quindi a Norman Douglas, grande camminatore, che come un Hermes messaggero portava pettegolezzi da una villa all’altra, su e giù per le colline; a Edwin Cerio che in qualità di sindaco vegliava sui dirupi, sempre molto pericolosi quando il vino abbonda; a Jacques Fersen che sedeva per il tè nel salotto delle signorine Wolcott-Perry, a Villa Torricella, insieme a Compton e Faith Mackenzie: tutti infervorati per le chiacchiere, tutti spiritosi, tutti sguaiatamente allegri e inconsapevoli di una fine che sarebbe presto arrivata, come fanno – puntuali quanto il destino – tutte le fini.

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Souvenir de Caprí

di Massimo Scotti

1: La ballata dell’isola perduta

2: Compagni di viaggio

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