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BUR

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4: Bur

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C’era una volta un ragazzo, tanto piccolo quanto coraggioso, di nome Zuanne.

Viveva (senza grosse pretese) ai piedi di un bosco, in una modesta abitazione con una madre leziosa, un padre severo ma amorevole e una miriade di fratelli più o meno simili a lui. Più o meno, appunto, giacché Juanne era, suo malgrado, speciale: proprio non sapeva cosa fosse la paura.

Questo gli costò l’appellativo di balente.* Zuanne Balente! – tuonava il nonno, soddisfatto, da sotto le scale. E il panettiere all’angolo, il farmacista del vicolo e perfino il calzolaio in centro. Lui, piccino, se la rideva, vantandosi di essere oltremodo forte e coraggioso ma, in cuor suo, invidiava terribilmente i portatori sani di adrenalina.

Non c’era giorno che non si sforzasse di capire cosa si provasse nell’attraversare un cupo corridoio senza fine o pensare a quali straordinari demoni privassero del sonno i suoi coetanei, dopo aver giurato di aver sentito un muggito nel cuore della notte. Solo una volta, per scherzo, finse di avere paura: bocca spalancata, voce tremante, pupille dilatate. Nessun complimento, purtroppo: ciò causò tanto di quello scompiglio che le mucche smisero improvvisamente di produrre latte per settimane e settimane e tutti, ahi loro, furono costretti a mangiare del tofu.

Figuriamoci: se Zuanne Balente ha paura chissà che catastrofica e impensabile tragedia, che apocalittico scenario! Ecco, non so voi ma io per anni fui un fan di Zuanne Balente: più evoluto di un Digimon e impavido come Wallace. Lessi il suo racconto centinaia di volte e, spesso, tentai di emularne le gesta. Non ero un fifone e, anzi, se ci stava qualche muschioso nuraghe da esplorare o una domus de janas particolarmente ostica, altezza permettendo, non mi tiravo indietro.

A Zuanne Balente, però, gli si perdonava la stranezza. Io, invece, ero solito sedermi su una panca di legno, al buio della dispensa, pronto a uscire fuori solo se qualcuno fosse entrato per una marmellata o del sale. Perché ti nascondi sempre? – mi si chiedeva spesso. Io amavo stare solo e proprio non sapevo come giustificare quest’esigenza.

Cosa fai tutto quel tempo? – domandavano, con insistenza. Mi sembrava bellissimo ascoltare il silenzio; però, naturalmente, mi sentivo un po’ diverso, quasi accusato, tant’è che mi pareva di tradire chi mi volesse bene.

Nessuno comprese mai il mio atteggiamento sicché, prima che iniziassero a chiamarmi non troppo simpaticamente Zuanne Maccu,** smisi e fine della magia. Di notte, immerso nelle pesanti coperte invernali, trattenevo il respiro: le lenzuola di flanella, unite all’ossessivo movimento delle mie gambe, creavano, non con qualche scintilla, una piccola gabbia di Faraday.

Protetto dall’elettricità statica e, a mia detta, quasi intoccabile, facevo dei grossi sforzi mentali per cercare di conoscermi. Anzitutto non capivo perché mi si fraintendesse: il mio bisogno di stare da solo non poteva essere scambiato per chissà quale strana fobia sociale. Col tempo temetti che, forse, si trattava, di qualcosa d’inspiegabile.

Scoraggiato, avevo sempre bisogno di scappare di casa e così, con la mia piccola valigia di cartone, iniziai a viaggiare. Naturalmente mi si rimproverava: non ti abbracciamo abbastanza? Non smetterò mai di ringraziare una delle mie più care amiche la quale, grande appassionata di astrologia, mi fornì un motivo più che valido: essere un ‘sagittario recidivo’ faceva di me un misantropo girellone.

A malapena in grado di distinguere il Grande Carro tra i miliardi di asterismi della volta celeste, me la cavai sorprendentemente in più situazioni. Finché un giorno, nemmeno troppo lontano, mentre sbrogliavo del filo di lana rosso che si intrecciava insistentemente creando una rete di nodi, sfoderai il mio sguardo da filosofo mancato e tutto parve più chiaro: ho vissuto in una gabbia, tanto impalpabile e invisibile quanto prepotente e determinante – pensavo.

Ho spesso avuto il bisogno di creare distanze tra me e chi mi ama: non sopporto, forse, di essere amato più di tanto. O, per lo meno, mi è difficile da credere. Senza perdere tempo, recuperai della luce sollevando frettolosamente la tapparella e così, senza badare troppo a estetica e posizione, scattai una sola foto.

Sulla stampa ancora fresca, con un pennarello indelebile bianco, tracciai una leggera rete: trapezi, triangoli isosceli e scaleni invasero ben presto buona parte della superficie. Questo è quello che gli altri vedono e ciò che voglio che gli altri vedano – mi ripetevo.

Nacque, così, tanto rapidamente quanto travagliosamente BUR. Successivamente decisi di mantenere la base originale e riproporre digitalmente l’intricata architettura. La de-geometrizzazione è un processo duro e, come suggerisce il nome stesso, tutt’altro che semplice: calcolatrice e righello in mano, tra basi e altezze da calcolare ne sto riducendo, pian piano, l’area totale. La matematica sarà pure non soggetta a cambiamenti, io sì.

*in sardo logudorese, tra i vari significati che potrebbe assumere, quello più semplice: coraggioso.
**in sardo logudorese, un solo significato: scemo.

 

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4: Bur

[ Titolo: Bur – Tecnica: Stampa su carta fotografica 1:1. – Dimensione: 15×15 cm]

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