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BLUNT (2)

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8.2: Blunt

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Questa è la storia di Blunt l’orsetto

che, avventuratosi in un fitto boschetto,

chiese asilo a una volpe

e, pur non avendo colpe,

fu cacciato

poiché di puzzare accusato

 – nonostante poco prima

un’ape lì vicina

lo credette un fiore

per via del suo buon odore.

Che confusione! –

Esclamò il peluche in questione.

Mentre il buio calava

In cima a una collina osservava

Le stelle tremare

E la luna il cielo illuminare.

 

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La mattina non tardò ad arrivare. Blunt si diede una rapida rassettata: spannò gli occhi con cura, raddrizzò le orecchie e controllò la tenuta della chiusura in velcro. Tutto sembrava perfetto se non fosse per un improvviso e leggero fastidio lungo la schiena. Non ci badò e, fischiettando, scivolò via con eleganza sugli aghi di pino ancora umidi. Atterrò su un fresco cumulo di verde muschio, senza macchiarsi.

 

Che agilità per la mia età! – constatò soddisfatto.

 

Il formicolio aumentò.

 

È più un solletico – rifletté – di quelli che mal si sopportano e che…

 

Il ragionamento fu bruscamente interrotto da un lamento strozzato.

 

G R U F F!

 

Uno strano insetto manifestava il proprio malcontento tenendosi con forza alla sua pelosissima coda.

Blunt rotolò su sé stesso dallo spavento almeno un paio di volte ma l’ospite non volle proprio saperne e, anzi, si dimenò alla bell’e meglio finché, liberata la bocca, gridò:

 

Stupido orso di pezza! Non capisci che una delle mie zampe denticolate è incastrata in una cucitura? Smetti di agitarti e aiutami piuttosto, ché non basterebbero ago e filo per riattaccarla nel caso in cui dovesse spezzarsi.

 

Terribilmente angosciato, Blunt raccolse un sottile rametto e, con tantissima pazienza, restituì alla libertà il povero malcapitato – il quale, ancora zoppicante, svolazzò per qualche  metro fino a rifugiarsi dietro a un masso di calcare.

Il peluche l’osservò attentamente: mai gli capitò di vedere una creatura simile. Lo studiò per qualche minuto, con attenzione: testa corazzata, pale, antenne sul posteriore… non ne venne a capo.

Un’eccentrica cicala con la passione per l’arrampicata?

 

Sono un grillotalpa – frinì, infastidito dallo sguardo indagatore.

Non il massimo dell’eleganza o della bellezza per molti. Sicuramente anche per te, l’ho subito capito: fossi stato una sciocca farfalla colorata non avresti cercato di schiacciarmi. Sei così pesante che quasi temetti per il mio esoscheletro. Prima di tuffarti, dai un’occhiata in giro! – lo rimproverò.

 

Anche se in ritardo, fu ciò che Blunt fece: si guardò meglio attorno e il suo cuore fece, forse, il battito più forte della storia dei cuori rumorosi. Lungo la discesa, tre ragni avvolti nelle proprie tele avanzavano impacciati come mummie egizie mentre un plotone di formiche, a suon di sbuffi, ricostruiva velocemente la facciata del proprio maniero, rubando tempo prezioso alla raccolta delle provviste per l’inverno.

 

Tutti non facevano che ripetere come fossero stati fortunati a sopravvivere alla caduta della terribile zolla color cioccolato, ché nemmeno il più valoroso e abile scarabeo della zona avrebbe potuto gestire.

Blunt, leggermente contrariato per l’azzardato paragone, forte dei suoi 180 grammi, afferrò l’etichetta e lesse a voce alta quanto scritto: cotone, acrilico, Bangladesh, alfabeti, ideogrammi ma, ahilui… nessun riferimento al peso.

 

Eppure Joannes, non propriamente un esempio di forza visto la sua esile corporatura, sembrava non facesse alcuna fatica a sollevarlo o trasportarlo per i sentieri del giardino nel portapacchi della bicicletta.

È chiaro che esistono specie per le quali anche un semplice gomitolo di lana può rappresentare un grosso pericolo, così come, a loro volta, le stesse potrebbero rappresentare un pericolo per altre microscopiche – cinguettò una ghiandaia da sopra un pino, sbellicandosi dalle risa.

 

Una lezione importante, questa: avere cura dei più deboli e accertarsi che quelli più forti facciano altrettanto con noi. Più o meno.

 

Aiutare concretamente il prossimo! – esordì Blunt.

 

Più che aiutare, evitare di spiaccicarlo. Sarebbe già una grande conquista! – borbottò sottovoce il grillotalpa, prima di sparire in una buca.

 

Tre furono i dolci che l’orsetto offrì in segno di pace e, dopo altrettanti inchini, imboccò un nuovo sentiero.

 

Percorrendo faticosamente qualche chilometro a testa bassa – così da evitare il verificarsi di ulteriori catastrofi – quasi andò a sbattere contro un robusto tronco di quercia.

Alla sua destra si ergeva un cespuglio di arbusti talmente fitto che rabbrividì al solo pensiero di poterci malauguratamente finire dentro.

Fece per proseguire oltre ma intravide qualcosa di ovale, rosa e umidiccio. Non riuscì a mettere bene a fuoco, dunque si avvicinò più che poté: scorse delle striature e tante setole corte, lucide e dure.

 

Un piccolo e ghiotto cinghiale tentò di rosicchiare quante più radici poteva, incluse – ovviamente – quelle all’interno dello scuro viluppo nel quale, letteralmente, si perse.

Questo fu quanto, tra un singhiozzo e un grugnito, riuscì a raccontare: Blunt, in pieno slancio filantropico, tirò fuori le forbici da cucito e, con precisione chirurgica, tagliò via rami e pianticelle, creando così un’uscita sicura dalla quale l’animaletto schizzò via, quasi travolgendolo.

 

Nonostante il peggio fosse passato, il novello salvatore preferì sorvegliarlo fino all’arrivo della madre – del resto era ciò che un qualsiasi altro peluche maggiorenne avrebbe fatto, al suo posto.

 

Mamma Cinghiale non tardò a materializzarsi tra polvere e sassolini, tanta era la felicità di rivedere il figliolo sano, salvo e, soprattutto, satollo.

Corse verso l’eroe e con riconoscenza lo abbracciò talmente forte da fargli capire immediatamente cosa il grillotalpa avesse provato durante la rovinosa discesa dalla collina.

 

L’agonia e i ringraziamenti, però, s’interruppero improvvisamente: seguì un silenzio quasi imbarazzante.

 

Blunt riprese finalmente a respirare mentre la debitrice, con tono serio e preoccupato, gli sussurrò dolcemente:

 

Mangi a sufficienza?

 

Non saprei… anzi credo di non aver mai sentito lo stimolo della fame, né pranzato o cenato in vita mia – rispose ingenuamente a una domanda del tutto inattesa.

 

Fu un attimo: la morsa si fece più stretta e Mamma Cinghiale scoppiò in lacrime.

Più piangeva, più stringeva il soffice corpicino che, vuoi per la pressione vuoi per l’imbottitura, dovette apparire maggiormente esile.

 

Sono un semplice pupazzo che si nutre dell’affetto dei bambini! – cercò di spiegarle, prima che la situazione degenerasse simpaticamente.

 

L’inappetenza è una brutta cosa e sei magrolino da far paura! Non ce ne andremo finché non butterai giù almeno una decina di ghiande.

 

Mi piacerebbe, lo ammetto; la mia bocca tuttavia è un triangolo di fili grossi e resistenti, non si apr…

 

L’espressione di Mamma Cinghiale – di quelle serie, che non ammettono avversative – non  lasciò scampo.

Blunt si preparò mentalmente ad affrontare una sfida piuttosto complicata: aprì la tasca segreta e iniziò a riempirla lentamente, simulando masticazione ed ingestione, fino a trasformarsi, per volume e forma, in una buffa boccia di bachelite.

 

Che strano effetto la mia prima merenda! – farfugliò.

 

A pancia piena sarà più semplice esplorare il mondo. Buona fortuna e ricorda di non saltare la prima colazione! – gridarono madre e figlio compiaciuti e ormai lontani, tra la folta vegetazione.

 

Impossibilitato a muoversi e indeciso se dichiarare o meno questa nuova e consistente percentuale di  materiale nella sua targhetta, ne approfittò per riposare qualche ora.

 

Probabilmente – pensava, anche se non lo ricordava affatto – la Madre degli Orsetti di Pezza lo costrinse a mangiare così tanta ovatta, da piccolo, da non averne più bisogno per gli anni a venire.

 

   FINE SECONDA PARTE  

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8.2: Blunt

[Titolo: KULLA; copie: 1:1, dimensioni: 10x10 cm, stampa digitale]

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