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BLUNT (3)

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8.3: Blunt

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Questa è la storia di Blunt l’orsetto

che, avventuratosi in un fitto boschetto,

dalla cima di una collina scivolò

e di schiacciare un grillotalpa quasi rischiò.

Sei troppo leggero! – fu, invece, ripreso

per il suo scarso peso

da un nuovo animale:

una mamma cinghiale!

Niente domande,

ecco dieci ghiande! –

gli offrì, generosa

e  un po’ minacciosa.

Gonfio come una seada fritta dal diametro importante,

Blunt riposò qualche istante.

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Immobile, nel bel mezzo di un sentiero, coprì metà viso piegando delicatamente le orecchie e, non appena vide tutto buio, cercò di schiacciare un sonnellino.

 

Invano.

 

Le molteplici e contraddittorie opinioni di sé non facevano che alimentare le sue perplessità. Un angosciante pensiero passò improvvisamente nella trama del tessuto color biscotto:

 

Se fosse bastato un pomeriggio in veranda?  – dubitò.

 

Se avesse sbagliato strategia? O se, tutto sommato, si fosse spinto troppo oltre, alla ricerca di risposte che, forse, un unico viaggio non avrebbe mai potuto dare o che – peggio – nessun abitante del bosco sarebbe stato in grado di fornirgli?

 

Ciò che più temeva, oltre alla maturità, era la ricerca infinita di qualcosa: passarono ben due mesi prima che il papà di Joannes riuscisse a ritrovare le chiavi della macchina, mentre il ditale in ceramica della povera nonna fu dato ufficialmente per disperso dopo settimane di estenuanti ricerche, inghiottito da chissà quale regione dello spazio-tempo!

 

Nella sua ingenuità, amava assicurarsi che tutto andasse sempre bene e che fosse perfetto, soprattutto se si trattava di situazioni che lo vedevano protagonista. Tuttavia la sua proverbiale disattenzione vanificava ogni sforzo e, come da copione, il controllo onnipotente si rivelava una mera illusione.

Stavolta, però, era tutto diverso: si sentiva un pupazzo strano in un mondo ancora più stravagante. Fu come se, quella famosa mattina di qualche giorno fa avesse detto addio a una parte di sé – che pure tanto gli piaceva – per abbracciarne una semisconosciuta, con la quale avrebbe dovuto condividere moltissimi anni della sua lunga e giocosa vita.

 

Se per caso non ci andassi d’accordo? – incalzò.

 

Solo questione di fortuna, dunque?
Stufo di filosofare, sbadigliò così forte che, stiracchiandosi, una ghianda vinse la resistenza del velcro e, schizzando fuori a mo’ di proiettile, urtò contro un tronco. Il rumore che ne derivò lo riportò improvvisamente alla sua condizione attuale: la boccia di bachelite.

 

Giunse finalmente il momento di riassumere le proprie sembianze! Con l’ausilio della  pelosa e piccina zampa destra, estrasse con precisione chirurgica quella che fu la sua prima – e probabilmente ultima – merenda.

 

Soffocò un sorriso; la pancia era effettivamente il suo tallone d’Achille: più rovistava e più si sbellicava, fino a quasi non poterne. Quante risate, si fece!

 

Il solletico resta, senza dubbio, la cura più efficace contro ogni forma di sconforto! – pensò divertito.

 

Liberatosi dalla zavorra e ritrovato il buonumore, iniziò a rotolare su sé stesso, incuneandosi tra i macchioni di lentisco e cisto.

In fondo non gli dispiaceva il verde degli abeti, il profumo del muschio e il breve assaggio d’indipendenza.

 

Shhh… – si udì, d’un tratto.

 

Temendo si trattasse del respiro affannoso di un grillotalpa, balzò in piedi e controllò scrupolosamente ogni millimetro quadrato della propria schiena. Tirò un sospiro di sollievo, il secondo della giornata: non gli parve di scorgere nessun insetto impigliato, furibondo e zoppicante.

 

SHHH! – stavolta più insistente.

 

Confuso e leggermente contrariato, si mise alla ricerca della fonte del sibilo.

Chi poteva mai essere? Un ghiro dal sonno leggero o una zia bacchettona, dal mal di testa facile e con la passione per il trekking?

 

Niente di tutto ciò: da un masso di trachite, una buffa ciambella ondeggiante di un acceso color ottanio fissava con occhi vispi e lucidi lo scrupoloso ricercatore.

 

Tu chi saresti, per gentilezza? – domandò dolcemente Blunt, pieno d’iniziativa.

 

SHHH… SHHH… shono una geco! – rispose, a fatica.

 

Il piccolo rettile spiegò come non fosse assolutamente sua intenzione zittirlo: vuoi per l’emozione di un nuovo incontro, vuoi per la S moscia, non riuscì a completare il saluto.

 

Mi piashe tanto shentirti ridere! – aggiunse, imbarazzato.

 

L’orsetto, unico ed entusiasta spettatore di quel singolare concerto di sibilanti sorde e sonore, si ripulì dalla saliva che il direttore, con la sua protrudibile bacchetta, distribuì con velocità e maestria, senza risparmiarsi.

Non poté, però, non restare colpito da quel susseguirsi frenetico di note umide e veloci che abitavano la bocca del vivace animaletto.

 

Tanti umani shi temono, eppure neshuno shi immagina quanta paura noi abbiamo! Sherchiamo di comunicare la noshtra indole pashifica con una livrea dalle tinte forti, allegre e deshishe: uno dei motivi per cui la SH… SHOSH… shoshtituiamo* almeno una volta l’anno. Non shempre questo shforzo è ripagato; passhiamo molto tempo in sholitudine. Brutta nomea, forte pregiudishio! – concluse, tutto tremante.

 

Blunt ricordò quando il suo padroncino illuminò la stanza da giochi con un rosso insolito, fluorescente e preoccupante, dopo un breve ma intenso soggiorno al mare. Abluzioni con acqua gelida, una nuova ombra chiamata ventilatore e rinfrescanti pomate alla calendula per scongiurare l’inevitabile: come un rettile albino, si spellò e risultò più delicato di prima, tanto da trascorrere l’ultima settimana di quell’agitata estate al buio della dispensa.

 

Il sauro, però, tranquillo e chiacchierone, non parve patire alcun tipo di pena, ad eccezione di qualche movimento convulso che spiegò essere causato dal freddo.

 

Il cambiamento di un geco inizia dalla pelle, come se poi bastashe shbarazzarshene, shenza considerare che, ad ogni modo, il contenuto reshta: anche she di qualche millimetro più lungo, shono shempre lo shtessho! – specificò.

 

La mia muta… – rifletté l’orsetto, silenziosamente.

 

Parole preziose e risolutive: l’evoluzione è una metamorfosi non totalizzante; una costante, presente sin dalla nostra nascita, si preserverà e ci accompagnerà finché avremo le forze di parlare e camminare, rendendoci unici tra tanti. La maturità non spazza via quel che si era ieri: semmai lo perfeziona e fa sì che ci caratterizzi.

 

Stufo di fermarsi a parlare di sé con individui che con lo capivano affatto e scevro da qualsiasi preconcetto (com’è giusto che un giocattolo sia), il peluche decise di dare alloggio al nuovo e perspicace amico: aprì solennemente la tasca segreta e, abbozzando un sorriso, gli fece cenno di entrarvi.

All’ospite non parve vero: s’intrufolò in quello spazio così caldo, soffice e accogliente, felice del buon cuore di un orsetto di pezza che, inconsapevolmente, aveva già imparato così tanto da quel fugace incontro.

   FINE TERZA PARTE  

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[Titolo: Løv, 2014, stampa digitale su carta fotografica, cm 10x10]


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8.3: Blunt

 

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