Non starò a raccontarvi delle storie

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Barthes par Barthes / Massimo Scotti

Bar Barthes e FN mostra Barthes presentano

12 novembre 1915-12 novembre 2015

Festa per il compleanno del caro amico Roland

da un’idea di Massimo Scotti e Giuseppe Girimonti Greco

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

[Come capita alle feste di compleanno, c’è un momento in cui ci s’alza e si racconta un aneddoto che ci lega al festeggiato, si rievoca il momento in cui lo si è conosciuto, si ripercorrono gli anni passati insieme. Sì è forse troppo indulgenti o all’improvviso si dicono cose sopite da anni; lo si fa in pubblico, di fronte a tutte le persone convenute, perché spesso i rapporti importanti, che ci hanno segnato, hanno bisogno di essere di nuovo descritti, ascoltati, festeggiati. Questo è quel che si cercherà di fare qui. Auguri!]

1. Barthes par Barthes, di Massimo Scotti

roland barthes

Roland Barthes par Roland Barthes, Seuil, Paris, 1975 / Traduzione italiana di Gianni Celati, Barthes di Roland Barthes, Einaudi, Torino, 1980

Quando lo avevo aperto, tanti anni fa, ricordo di aver pensato: che bello, un libro con le figure!

Perché diventare grandi, negli anni Sessanta-Settanta, e continuare a essere lettori, richiedeva fra le tante prove anche un’amputazione. Imponeva di abbandonare, forse per sempre, le immagini tanto amate che costellavano i libri per bambini, ma solo quelli.
Da piccolo avevi grandi albi multicolori, grandi quasi come te, e potevi affondare il naso in illustrazioni immense, avvolgenti, sotto cui le parole erano dopotutto trascurabili.
Oppure, potevano essere le Lettere a campeggiare, come epifanie, da sole, a tutta pagina, ampie, colorate, solenni: una A corredata dall’immancabile Ape, una U con il suo Uovo.

Quando poi crescevi, insieme a te crescevano anche le paghette e i regali che ti facevano i parenti, dunque potevi aspirare a volumi cartonati, con tantissime pagine da leggere; le storie diventavano piacevolmente complicate, certo, ma le figure iniziavano a scarseggiare. Nei Libri per Ragazzi trovavi ormai solo le preziosissime “tavole fuori testo”, colorate, stupende, sempre più acquerellate, ma poche. Così tristemente poche.

Ed era solo l’inizio, perché crescere ancora ti precipitava nell’abisso senza fondo dei Libri per I Grandi, melanconici, aniconici. E tu eri come un astronauta che ha perso l’astronave e cade sempre più giù in un cosmo buio.

Ricordo quei decenni – anche e non solo dal punto di vista delle immagini – come disperatamente punitivi. C’era l’arte povera, c’era l’astrattismo. Se qualcuno ti portava a vedere una mostra, vagavi sconsolato per stanze spoglie, con qua e là qualche scopa, due cenci, un pagliaio, ferraglia da robivecchi e tele tagliate, strappate, sfrangiate. Era tutto uno squallido labirinto tappezzato in tela di juta.

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I libri, poi, non parliamone: certe edizioni Einaudi con solo un quadrato rosso in copertina, e stop. Dentro, pagine su pagine di parole e concetti a cui non riuscivi ad associare un’immagine o un oggetto qualsiasi, e morire se riuscivi a trovarci una figurina, visto che all’epoca non esisteva nemmeno il codice ISBN.

L’ovale con lo Struzzo era l’unico ricordo/relitto di un passato pieno di gesti e colori, roba da farti pensare a quel povero Rudyard Kipling strappato da piccolo alla fantasmagoria dell’India per finire imprigionato in fondo alle brume inglesi, dove peraltro rischiò di diventare cieco. E ci credo, poverino: piuttosto che guardarsi intorno, era meglio rinchiudersi in una fulminea, psicosomaticissima miopia.

I bambini che venivano a trovare quel loro simile spretato, che aveva fatto la grande rinuncia all’imperativo di Peter Pan (MAI diventare grandi), sfogliavano sconsolati i miei mesti libroni e li mollavano subito con ribrezzo. “Ma non c’è neanche una figura!”. Come dargli torto?

Da quella privazione e da quella nostalgia, in lunghi anni iconofobici, ho elaborato una profonda sensazione di lutto. Che mi ha regalato in seguito una pericolosa predilezione per tutto quello che all’epoca era considerato Kitsch: figurine Liebig, imagerie d’Épinal, fumetti di quart’ordine, vecchi ritagli, etichette illustrate di qualsiasi cosa, le vignette dei rebus sulla Settimana Enigmistica, disegnini ingenui e però metafisici, storielle softporno con le Donne Nude, però in costume, paccottiglia d’epoca, fotografie del passato, il Bacco dipinto sulla bottiglia della Vecchia Romagna Etichetta Nera (il brandy che crea un’atmosfera), vieti fondali da opera dei filodrammatici, e ho scoperto poi di essere anche in buona compagnia, ma era già troppo tardi. “Amavo i dipinti idioti, sovrapporte, scenari, tele da circo, insegne, miniature popolari”, confessava Rimbaud, nientemeno, ma neanche lui poteva più attenuare un radicato senso di inferiorità.

Ormai avevo perduto le immagini, e nel vano tentativo di ritrovarle mi ero trasformato in un miserando strascée, come si dice a Milano per indicare lo straccivendolo. Le figure dei libri non appartenevano più al presente, ma solo a tempi lontani e dimenticati.

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Così, allo scoccare del 1980, era spuntato in libreria un volume, austero ma promettente, che almeno nelle sue prime pagine annoverava una serie di fotografie. In bianco e nero, ma sempre meglio di niente.

Un iconotexte, si direbbe oggi. Un testo iconico. Finalmente.

Quel signore con l’impermeabile, che si accendeva una sigaretta in copertina, ben pettinato come mio padre, “con la riga da parte”, ci presentava la sua autobiografia (sui generis quanto mai, si sarebbe scoperto in seguito) come un album di famiglia: una foto sfocata della mamma, misteriosissima perché vaga, su uno sfondo di campi – c’è infatti un calesse – che nel sole e nella distanza sembrano distese di acque marine, o lagune, o risaie; una via di Bayonne, la sua città, con la cattedrale che sfuma nella nebbia del mattino e quattro figure di donne che si affacciano sulla strada, da una vetrina; perfino una carrozza; un bambino dotato di doppia beatitudine (è in braccio alla mamma, con la gonna lunga, ed è pettinato da paggetto); una casa di campagna, antica, d’estate, e l’indimenticabile didascalia: “Si attraversava il primo giardino, per arrivare alla casa; era il giardino mondano, lungo cui si riaccompagnavano le signore bayonnesi, a piccoli passi, con grandi soste”.

La fine dell’estate riassunta in una figura di congedo, quando si rallentano all’inverosimile i movimenti per non arrivare mai all’addio.

E del giardino si elencano le piante, “Lunigiana, rabarbaro, erbe casalinghe in vecchie cassette”, giusto per far sì che ancora mi domandi, qualche volta: come sarà fatta la pianta Lunigiana?

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Intanto, il furbo autore dall’eroico nome di Roland abitua piano piano il suo lettore a fare a meno di quelle fotografie così belle, che fra poco spariranno dalle pagine; lo lascia sognare, in compagnia di una filastrocca o ninnananna dove compaiono come stelle tremanti nomi-baule, concetti-chiave, idee complicate ma profumate di confetti: “Bayonne, Bayonne, città perfetta, fluviale, ventilata da sonori dintorni (Mouserolles, Marrac, Lachepaillet, Beyris), e nello stesso tempo città chiusa, città romanzesca: Proust, Balzac, Plassans. Immaginario primordiale dell’infanzia: la provincia come spettacolo, la Storia come odore, la borghesia come discorso”.

Poi, ragazzi che crescono (già con i pantaloni al ginocchio sopra le calze lunghe nei sandali: spaventosa abitudine di quei decenni, destinata a provocare orrende artriti alle rotule fra la popolazione maschile, e perenni sbucciature nei cortili di ghiaia, su strade male asfaltate, o peggio ancora sugli sterrati pieni di polvere che infettava le ferite). Poi nonne. “Una bella, parigina, l’altra buona, provinciale”.

La prima è senza storia, perché la sua storia l’hanno scritta in troppi. Bella, parigina e forse triste come la ragazza inquieta nella Domenica in campagna di Bertrand Tavernier, che stropiccia di baci, frettolosa, i nipoti, per correre a telefonare a un amante che la fa soffrire.

Ma la seconda! “Il pettegolezzo mondano la infiammava come una passione amorosa; il principale oggetto di desiderio era una certa Madame Lebœuf, vedova d’un farmacista (arricchitosi con l’invenzione d’un catrame di carbone), una specie di nero tappeto erboso, inanellato e baffuto, che bisognava attirare al tè mensile”.

Come tuoni in un cielo d’estate, rimbombano concetti portentosi, e chiusi nei loro nomi, pronunciati di sfuggita: “In queste due famiglie di avi il discorso era riservato alle donne. Matriarcato? In Cina, molto tempo fa, tutta la comunità veniva sepolta intorno alla nonna”. Bachofen, certo, ma anche il vagheggiamento illuminista per un Oriente enigmatico e saggio, che sapeva tutto fin dall’inizio, poi forse anche lui lo ha dimenticato.

Gli uomini, in effetti, sono quasi assenti. Lapidi, tombe. Un santuario di incisioni o istantanee militaresche, come quella del nonno e del padre, bellissimo, sornione, sognante, morto giovane in guerra. E sua sorella, una vecchia bambina: “Fu sola tutta la vita”. Vengono in mente, irresistibilmente, certe zie nubili costrette a passare la vita in cucina, dietro un paravento, accolte in casa degli sposati un po’ per pietà, un po’ perché non si sapeva dove metterle.

Quel padre tenente sembra aver invece trascorso la fine della vita su un piroscafo, lasciando un bambino fra la spiaggia e le rocce, con un cappello a cono mastodontico, a tesa larghissima, e con i mutandoni, abbandonato in una vacanza al mare, solitaria.

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Il bambino diventa un giovanotto elegante, poi un uomo al lavoro, felice fra le sue carte e annoiato alle conferenze.

Un paesaggio esotico, una montagna, due palme, e inizia, anche lei solitaria, la scrittura: “Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano i greci. Tra tutti gli alberi-lettere, la palma è il più bello. Della scrittura, profusa e articolata come i getti dei suoi rami, possiede l’effetto maggiore: la linea di caduta.”

Una poesia di Heine:

“A Nord, un pino solitario
S’eleva sopra un’arida collina
Dorme; neve e ghiaccio lo avvolgono
Nel loro bianco mantello

Sogna un magnifico palmizio,
Laggiù nei paesi del sole,
Che s’intristisce, cupo e solitario,
Sopra una scogliera di fuoco”.

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Quello che segue dovrebbe essere un testo autobiografico, a giudicare dal titolo, Barthes di Roland Barthes (che ricorda un po’ il solito “A Rose is a Rose is a Rose”). Invece, è tutt’altro. Si parla di Lui, certo, in terza persona, forse per strizzare l’occhio all’antico rivale e memorialista, Cesare, il Gran Logocentrico, conquistatore e colonizzatore gallico. Ma si prende in giro, bonariamente quanto radicalmente, ogni tentativo di autobiografismo, anche per nostalgia e senz’altro per celare un’ansia da prestazione. Si parla poco di fatti e molto di idee, accese una dopo l’altra, per un momento, nel buio, da quel Fiammiferaio Magico che fu Barthes. Idee in ordine più o meno alfabetico, che formano una piccola enciclopedia portatile: i Quaderni di Valéry in miniatura, il Dizionario filosofico di Voltaire quando ogni lume stava per spegnersi. Quando sono ormai al tramonto i decenni del “tout théorique”, Barthes ordisce una seduta medianica in cui vengono evocati i concetti di un’epoca attraverso le loro parole: la finta autobiografia è un alfabetiere sorridente dello strutturalismo.

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I capitoli del libro, abbaglianti, somigliano ai Saggi di Francis Bacon, in versione ancor più ridotta. Anzi, ridotti in frammenti. Proprio quei frammenti che erano ormai diventati un feticcio, e alla cui misura è dedicato il gruppo centrale dei brevissimi capitoli: “I frammenti sono allora delle pietre sulla circonferenza del cerchio: mi sparpaglio in tondo: tutto il mio piccolo universo a pezzi; al centro, cosa?”.

Il libro uscì in Francia nel 1975, proprio quando Georges Perec stava scrivendo La vita, istruzioni per l’uso, che deve aver tratto da Barthes più di una illuminazione; lo stesso gusto per gli elenchi si ritrova negli apparati bibliografici e negli indici analitici che corredano i due libri, opposti per ambizioni ma non per ispirazione: Perec cerca di dar fondo al tutto e di definire l’esistenza nei suoi termini ultimi, Barthes compila una serie di note a margine che riassumono tutti gli scritti precedenti, nominati uno per uno, proiettati in nuove ipotesi critiche.

Ogni tanto, procedendo nella lettura, che a volte può risultare impervia nella sua concisione, si è tentati di implorarlo: “Roland, sei intelligentissimo, sei geniale, mi sforzerò di capire qualunque cosa, ma per favore, ancora un po’ di zie, ancora un po’ di fotografie”.

E lui, inflessibile, severo: “No. Niente. Solo poststrutturalismo. Se non ti va, leggiti Proust e non mi seccare”.

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