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ARCANGELO LICINIO, E a casa mi sono chiesto. FIERI DELLE FIERE? / 9

Salone del Libro di Torino

Fieri delle Fiere?

A cosa servono i Saloni e le Fiere del Libro?

una discussione a cura di Donatella Brindisi

Il nono intervento, dopo quello di Filippo Nicosia, Marco Baliani, Lotto 49, Pietro Del Vecchio, Paolo Canton e Carolina Cutolo, Cecilia Mutti, Federico Di Vita ci è arrivato da Arcangelo Licinio. Grazie!

in coda al post una nota di FN e una di Donatella Brindisi

Salone del Libro di Torino

[Arcangelo Licinio ci ha inviato questo intervento un po’ meno ortodosso rispetto a quelli finora pubblicati in “Fieri delle Fiere?”, una sorta di flusso di coscienza dell’homo fierens (o homo in fiera?) che al punto di vista dell’editore accosta anche quello del libraio (che non avevamo ancora incontrato nel corso della nostra rubrica).

Con questo contributo, approfittando della chiusura di FN per le consuete ferie natalizie, anche “Fieri delle Fiere?” si ferma per un po’. Tuttavia, abbiamo già molti interventi “prenotati”, e altre voci da ascoltare e idee di cui discutere sul tema delle fiere editoriali che, come ci avete dimostrato, appassiona e interessa perché può essere uno dei punti cruciali da cui ri-partire per far funzionare meglio tutto ciò che gira intorno ai nostri tre personaggi preferiti: l’editore, il libro e, soprattutto, chi legge.

Grazie a Federico Novaro che mi ha invitata e ospitata. E grazie a tutti coloro che sono intervenuti, che ci hanno letti e condivisi: mi auguro che “Fieri delle Fiere?’” abbia seminato i primi germogli di una fruttuosa riflessione. A presto!]

[Donatella Brindisi]

FdF#9: Arcangelo Licinio, E a casa mi sono chiesto

Quest’anno ho deciso: farò carne della schizofrenia lavorativa che mi disegna, mi sveglierò all’alba, prenderò un treno che dopo un’ora diverrà autobus e poi di nuovo un treno, viaggerò otto ore invece che cinque per coprire cinquecento chilometri, arriverò affollato di occhiaie e assenze a riempirmi viso e stomaco al Palazzo dei Congressi dove aspetterò con ansia crescente, prima tutta mia, ingiustificata, e poi tutta collettiva, nome di questo Paese dove sisacomevannolecose, dei pacchi pieni di libri che dovrebbero arrivare allo stand qventotto e invece forse sono lì all’ingresso, fuori, dove si assembla un magazzino che però è un ingresso, all’aperto, dove magari piove e fa freddo ma si può fumare, dove andrò tutte le volte che avrò bisogno di nicotina in questi giorni di fiera, o anche solo di aria, o anche solo di silenzio, perché il sottofondo continuo di voci di quattro giorni di fiera poi vuole il silenzio, quello che invece quando ci sei immerso è solitudine, e poi mi sembrerà per più di un’ora che di pacchi ne siano arrivati solo tre su sette, e allora mi chiederò che cosa mi sono svegliato a fare all’alba oggi, che io neanche riesco ad addormentarmi presto se so che il giorno dopo devo partire e quindi svegliarmi all’alba è come non dormire proprio, non dormire mai, ma invece di pacchi ne sono arrivati in effetti sette, ma tre erano in cartoni diversi da quelli che avevamo chiuso e assemblato con cura, guardando e scegliendo ogni copia dei nostri libri, quelli che per noi costano quanto costa il tempo di vite umane e in relazione, quello sottratto alle economie affettive delle nostre quotidianità, quelli per i quali magari pure per loro non ho dormito, per riuscire a rispettare i tempi di una macchina che si chiama grande distribuzione, che sembra un mostro ma in fondo è solo un altro dispositivo, disumano per natura, quantitativo per logica, e aprirò quei cartoni nuovi, e in effetti sono anche più belli dei nostri che sono tutti marroni e invece questi hanno stampato il logo del corriere e il corriere ci ha anche aggiunto un foglio, uno per ognuno dei quattro cartoni che ha voluto regalarci, uno dei suoi, perché devono essere proprio suoi se hanno stampato il suo logo, e questi fogli saranno un modulo, quelle cose tutte uguali finché sono solo stampate ma poi tutte diverse perché per non essere carta senza senso un essere umano, in carne ed ossa, che magari anche lui non avrà dormito come me, ci avrà scritto qualcosa a mano e qui ci ha scritto che i nostri cartoni li avevano “ricondizionati”, perché quelli nostri, che erano di sicuro meno belli, erano stati “reperiti allo scalo” del quale non ricorderò mai il numero, che invece dovrò ben imparare a memoria perché con un’altra macchina abbiamo iniziato una procedura di reclamo, ed erano bagnati i cartoni allo scalo e bagnati saranno anche i nostri libri, gonfi, sporchi, umidi, alcuni anche con un buon odore, ma rovinati e allora li fotograferò, li posterò su facebook e farò finta di nulla, perché noi tiriamo avanti sempre, comunque, in qualunque condizione, perché l’alternativa allo sfruttamento sembra essere sfruttarsi da soli, perché di sicuro non è la schizofrenia quella a cui diamo carne ogni giorno, ma il masochismo, lo stesso che riconoscerò nelle parole degli altri microeditori non a pagamento come noi, perché ce l’avevano detto a tutti che “con i libri non fai i soldi”, ma a noi appunto piace farli, i libri non i soldi, e cos’altro è il masochismo se non provare piacere da una cosa che alla fine forse ti fa male, ma appunto avevo deciso che sarei stato schizofrenico e quindi il primo giorno sarò qui non come masochista, da microeditore non a pagamento nella macchina della grande distribuzione, quella in cui contano le quantità, il numero di uscite da garantire all’anno per non fare scoppiare la bolla ordini-rese, ma io qui il primo giorno ci sarò da microlibraio indipendente e girerò tutti ma proprio tutti gli stand della fiera, al piano di sotto e a quello di sopra, il primo, quello che quando sei in fiera fermo appoggiato a una colonna e ti beccano col cartellino appeso da qualche parte, perché qui ce li hanno tutti i primi giorni i cartellini e hanno tutti scritte diverse, ti chiedono “scusi ma dove sono le scale per salire su”, perché al piano di su fino a qualche anno fa ci si arrivava in tanti modi, ma poi hanno chiuso quasi tutte le scale, perché ci sono i motivi di sicurezza, che è la cosa più importante, quella di certo facile da organizzare, mica come quando devi scegliere la qualità degli espositori, e li girerò tutti gli stand perché magari troverò dei libri che dopo un anno da libraio ancora non conosco, quelli che neanche compaiono nelle librerie online, nei siti dei grossisti, nelle migliaia di novità organizzate per isbn-cognome-editore e neanche una riga a descrivere il contenuto che i promotori, quando ce la fanno, vengono a portarti in libreria, che lo sai che non è colpa loro, perché qui quasi nessuno è cattivo, ma è sempre quella macchina, il dispositivo, la quantità, le percentuali di sconto, e io di certo li scoprirò questi libri bellissimi perché non salterò uno stand e non vedo l’ora di consigliarli ed esporli e leggerli e sfogliarli questi libri, e di certo non tutto in quest’ordine, perché non salterò uno stand, io, e non saranno mai libri di editori a pagamento, ché quelli in libreria non se li compra nessuno e ti vergogni anche ad averli e spesso sono brutti, dentro e fuori, perché che interesse ha un editore a farli belli se un autore gli ha già dato profitto pagandoglieli lui, e invece dovranno avere belle copertine ed essere curati dentro e fuori i libri che porterò in libreria e magari saranno proprio azzardati, esperimenti, cose che nessuno ha mai visto, di case editrici nate ora, che però possono permetterselo questo stand al Palazzo dei Congressi che costa tantissimo ma la fiera non ce la fa senza i contributi pubblici, o troverò ancora ritorni, operazioni che sono scomparse, per colpa di quella macchina, che non è cattiva perché è appunto un dispositivo, ma insomma proprio bene non ci fa vivere, neppure a quelli che sembrano dirigerla, ché sono sostituibili anche loro, individualità parzialmente determinate come i contratti che fanno, e chissà come faremo a portarceli tutti i libri che compreremo, o ci daranno in conto deposito, o ordineremo per averli quando saranno pronti.
E invece. Gli stand li ho visti tutti. E alcuni ho dovuto saltarli di corsa, pieni zeppi di libri a pagamento. E altri, invece, avevano sì libri bellissimi, ma li conoscevo già, li conoscevano tutti, li si trova quasi ovunque se un libraio li cerca. E allora nel mio primo giorno da libraio in fiera ho salutato gli amici e le amiche. Quelli che vedo solo una o due volte all’anno. E sì ho comprato dei libri, per me, e per la libreria, ma li avrei potuti comprare comunque, restando dov’ero. E sì ho parlato con qualcuno che non conoscevo, ma alle fiere ci vedevamo sempre. E alla fine sono tornato a casa e mi sono chiesto se ha avuto veramente un senso esserci venuto.

FdF#9: Arcangelo Licinio, E a casa mi sono chiesto

[Arcangelo Licinio, dopo una sbandata accademica, cerca di procurarsi un reddito facendo il libraio indipendente (Zaum/Interno4), l’editore (CaratteriMobili) e l’editor di manualistica scolastica filosofica (Laterza)]

Salone del Libro di Torino

(Il Salone del Libro di Torino del 2013 si caratterizzava per l’ampio spazio dato a qualunque cosa. Esigenze di bilancio avevano legittimato la presenza di stand, molto apprezzati, dalle categorie merceologiche le più diverse. Pensa che ti pensa, coi tempi bradipici che lo contraddistinguono, FN pubblicò a fine luglio un pezzo sulla cosa. Il centro del ragionamento era: fiere e saloni sono ancora utili alle case editrici? O ormai non rischiano di essere utili soltanto -e non sempre- nell’immediato riscontro di cassa e basta? Non sarebbe forse necessario un luogo in cui le case editrici possano comunicare quello che fanno, i loro progetti, la loro storia? Chi legge è aiutato o ostacolato, nel suo avvicinarsi alle case editrici e ai libri, da dei luoghi e dei format come le fiere e i saloni?

Naturalmente uscire a metà luglio con un inizio di discussione e sperare di essere letti fu un po’ velleitario. Rispose Filippo Nicosia, prima di partire col viaggio di Pianissimo -risposta concreta a una delle questioni dirimenti: non è che forse le case editrici sono legate a un’idea di lettore che non ha riscontri reali, che è pura immaginazione o desiderio?

Ora, novembre, nei pressi della Fiera della Piccola e Media editoria di Roma, per le cure di Donatella Brindisi, su FN si prova a rilanciare l’argomento)

[F. N.]

Quest’anno, per la prima volta da quando mi occupo di editoria come studiosa e professionista (ovvero da una dozzina di anni) mi è capitato, a causa di imprevisti personali, di non aver partecipato alle ultime edizioni delle due principali fiere del settore (ovvero il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio e Più Libri Più Liberi di fine 2012).
A un primo momento di vago disagio (senso di colpa? timore di perdere qualche importante occasione lavorativa? dispiacere di non incontrare i colleghi di sempre per le consuete festicciole e la chiacchiera di rito?), è subentrata un’inconfessabile sensazione di sollievo. Sollievo da cosa? mi chiedevo. Forse dalla stanchezza fisica che solitamente segue questi faticosi tour de force? È stato solo mesi dopo, leggendo per caso l’articolo “Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore” di Federico Novaro, che ho avuto una piccola illuminazione personale.

Forse anch’io ero stanca di quella sensazione caotica in cui troppo facilmente il bello e il brutto, l’utile e l’inutile, il prezioso e il dannoso sono accostati confusamente e quasi senza una logica precisa tra gli stand dei cosiddetti saloni del libro. Ho cominciato a riflettere anch’io sulle ragioni e, soprattutto, sulle conseguenze di questa situazione.
Quando, partendo proprio da quell’articolo dello scorso luglio, FN mi ha proposto di provare a creare insieme uno spazio di confronto e discussione sulla funzione e l’utilità delle fiere editoriali italiane, un luogo in cui gli addetti ai lavori potessero discutere liberamente delle diverse esperienze e necessità, magari proponendo idee alternative e suggerendo soluzioni per migliorare l’attuale status quo delle fiere editoriali, ho accettato con entusiasmo.

E, almeno per quel che mi riguarda, con il bisogno di spazzare via una serie di luoghi comuni (o forse si tratta di rompere un tabù?): che qualunque libro sia bello, che ogni editore sia buono, che le fiere editoriali facciano sempre bene alla lettura e alle case editrici e, soprattutto, che di questi tempi ci si debba accontentare. Ecco. Noi non ci accontentiamo. E questo spazio è dedicato a coloro che, come noi, credono che nonostante tutto si possa ancora fare qualcosa per migliorare la realtà. O, almeno, provarci.

[Donatella Brindisi]

[la fotografia, logo della serie, è stata scattata al Salone del Libro di Torino il 17 maggio 201

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