Non starò a raccontarvi delle storie

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Antonio Manzini, LA COSTOLA DI ADAMO; di Mariolina Bertini

Le Signore in giallo, a cura di Mariolina Bertini e Giuliana Giulietti

Esplorazioni, notazioni, avvisi, ragionamenti

sulla letteratura che in Italia si chiama gialla

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Le signore in giallo, di Bertini / Giulietti

6.: Antonio Manzini

di Mariolina Bertini

Rocco Schiavone

Un vicequestore in Valle

NORE_IN_GIALLO_NOVARO_3 Si moltiplicano gli eroi del giallo italiano, che in libreria gode di ottima salute. Uno degli ultimi arrivati, creato da Antonio Manzini, è il vice questore Rocco Schiavone.

Ha la testa dura, lo schiaffo facile, la battuta pronta, sboccata e un po’ cinica. Autentico romano de Roma, si trova catapultato ad Aosta per aver pestato i piedi a un potente sottosegretario. Nel profondo, è lacerato da due nostalgie: quella per la sua città, dove è cresciuto da ragazzo di borgata, con amici delinquentelli che ancora gli vogliono bene, e quella per l’amatissima moglie Marina, morta tragicamente. Tiene a bada la sofferenza rollandosi un cannone ogni mattina, sfottendo i colleghi e i sottoposti più ottusi e facendo il suo lavoro con una serietà che, davanti ai crimini più odiosi, diventa implacabile determinazione.

Si direbbe, nella vita quotidiana, che la qualità del caffè mattutino e lo spettacolo di un bel decolleté femminile gli stiano più a cuore del suo compito di custode della legge; ma quando si trova di fronte alla crudeltà esercitata vilmente su qualche creatura inerme, diventa una versione aggiornata dell’ispettore Callaghan o di Duca Lamberti, un vulcano di generosa, passionale, irrefrenabile furia contro la quale nulla possono le pastoie della burocrazia e del codice penale.

Ce n’è abbastanza per assicurargli un posto nel cuore dei lettori, come dimostra il successo de La costola di Adamo, più rapido ed esteso di quello della sua prima avventura, Pista nera (2013), ambientata sulle nevi della Val d’Ayas.

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Un successo meritato: i numerosissimi dialoghi ci ricordano che Manzini è un esperto sceneggiatore, capace di far parlare ai suoi personaggi un linguaggio attuale e credibile, mentre l’azione procede nell’alveo della più rigorosa verosimiglianza. Sono lontani gli scenari strampalati di Fred Vargas o gli intrecci bizzarramente complessi di Sophie Hannah o di Jo Nesbo.

In una mattina di marzo, la colf bielorussa Irina trova la sua datrice di lavoro assassinata; denaro e gioielli sono spariti, l’appartamento è sottosopra. Sono stati i ladri? Alcune anomalie inducono Schiavone a pensare che si tratti di una messa in scena. E qual è il ruolo nella storia del marito della vittima, geloso e forse un po’ troppo manesco? E quello della libraia che era la migliore amica della donna uccisa, e cercava di convincerla a lasciarsi alle spalle un matrimonio ormai usurato?

I punti di forza del romanzo sono due: il finale, davvero ingegnoso e sorprendente, e la caratterizzazione di alcuni ambienti. Tra i più riusciti, il negozio di moda maschile “very english”, con i suoi scaffali di legno scuro coperti di maglioncini in cashmere colorati, e il proprietario che mostra tutto fiero le sue cravatte regimental: “Sono cravatte esclusive. Vengono dall’Irlanda. Oddio, in verità le fanno in India, però disegni e tessuto sono irlandesi.”

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Se devo trovargli qualche antenato, a questo poliziesco asciutto e plausibile, non posso che guardare dalla parte di Simenon e di Camilleri.

Schiavone non somiglia né all’apparentemente torpido Maigret né al ghiotto e sornione Montalbano, ma si trova a confrontarsi con una vicenda realistica e sociologicamente credibile che è strettamente apparentata al tipo di misteri su cui abitualmente indagano i suoi predecessori. Il contesto è borghese, convenzionale; la soluzione del dramma non va cercata in scenari lontani, ma nella faccia nascosta della più grigia quotidianità provinciale.

Non sono più i tempi in cui, dietro gli omicidi indagati da Sherlock Holmes, da Poirot o da Gideon Fell si schiudevano come voragini antefatti romanzeschi sepolti in un lontano passato; non sono più i i tempi in cui il delitto era l’occasione per far emergere dall’ombra intrecci familiari dimenticati, ingiuste condanne a morte e sparizioni mai chiarite di eredi di grandi patrimoni, tragedie che avevano magari per sfondo l’India, l’Africa o i deserti americani.

Come lettrice, mi accorgo di rimpiangerla un po’, quella profondità di orizzonti, nel tempo e nello spazio, che il giallo ottocentesco e protonovecentesco aveva ereditato dal feuilleton e dal mélodrame. Un poco la compensano, nei prodotti di qualità elevata come La costola di Adamo, la nitidezza dello sfondo, la simpatia del protagonista e la precisione dell’intreccio ben organizzato.

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Antonio Manzini, La costola di Adamo, Palermo, Sellerio, 2014, 284 pp. 14 €

 

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Le signore in giallo, di Bertini / Giulietti

6.: Antonio Manzini

di Mariolina Bertini

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si ringrazia

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