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Valeria Ancione, LA DITTATURA DELL’INVERNO. Mondadori 2015. (Recensione di Paolo Armelli)

La dittatura dell’inverno
di Valeria Ancione

art director: Giacomo Callo
progetto grafico di Susanna Tosatti

cartaceo: brossura con alette, 308 pag.: 18€
digitale: 7,99€
Mondadori -Omnibus, Milano 2015

© 2015 Mondadori Libri S. p. a.

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Valeria Ancione, oltre a scrivere narrativa, è una giornalista sportiva che si occupa di calcio femminile: anche per via del suo stile di scrittura, la si immagina come una persona determinata e agguerrita che deve continuamente lottare per farsi strada in un mondo prettamente maschile. Eppure questo è un cliché. E con i cliché il suo esordio letterario pubblicato a gennaio, La dittatura dell’inverno, fa continuamente a pugni.

Si tratta di un romanzo che, fin dal titolo, segue l’andamento ciclico e un po’ umorale delle stagioni: come fa la natura, la protagonista Nina viene schiacciata dai cupi mesi freddi in mille ansie e nervosismi per rinascere poi a nuova leggerezza da aprile in poi.

Nina è una quarantenne splendida, bella, un po’ stropicciata ma provocante, indaffaratissima con cinque figli e tre librerie da seguire col devoto marito Michele (hanno tre librerie, sì, vanno tutte piuttosto bene e vi organizzano tè pomeridiani, letture di Shakespeare, poi fanno vacanze di circa tre mesi: no, non è un libro di fantascienza).

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Nina è una donna piena di vita, pronta a mettersi in gioco in ogni momento. Infatti a un certo punto del romanzo è costretta ad analizzarsi e ad ammettere: “Ho conosciuto una donna che mi ha rivoluzionato la vita“.
Questa donna è Eva, giovane traduttrice letteraria (una ragazza che nonostante faccia questo lavoro è indipendente, serena, fa viaggi in Groenlandia per impararne la lingua in pochi mesi e iniziare a tradurre libri anche da lì, peraltro riuscendoci: no, non è nemmeno un fantasy). Eva abborda Nina prima a una festa di matrimonio e poi, molto tempo dopo essersi perse, sotto la doccia di una piscina letteralmente appicicandolesi addosso. Da lì è un franare piuttosto scomposto di emozioni e passioni: Nina fa entrare sempre più la giovane nella sua vita, prima con qualche goffa cautela e poi con sempre più goffo trasporto.

Un libro che parla di amore fra donne, quindi? Ancora no. La dittatura dell’inverno non è nemmeno un romanzo lesbico. Perché qui, un po’ spiace dirlo, l’amore fra Nina e Eva (nome simbolico, non a caso) è solo un pretesto.

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Un pretesto di 312 pagine per parlare della crisi di mezza età e della ridefinizione del sé. Al centro di tutto Nina, moglie, madre, libraia e a un certo punto anche opinionista (le affidano una rubrica di corrispondenza su una specie di Novella 2000) che non vuole far altro che scappare da sé stessa (o ritornarvici): lo fa intenerendosi di Eva, chiaramente fingendosi una neolesbica distaccata, coscienziosa e matura (eppure la vera matura si scoprirà essere invece la giovane), ma anche imbarcandosi in contemporanea in due squallide storie di sesso con uomini che usa e da cui è usata.

No, l’amore fra donne in questo libro non viene approfondito mai e i personaggi rimangono solo di facciata. L’autrice si concede solo frasi come “una donna sa cosa vuole una donna (…). E io con nessun uomo ho fatto l’amore come con Eva”, oppure “l’amore non ha sesso (…) Ho imparato da Eva ad amare in ogni modo“. Come si capisce anche da questi esempi l’ossessione della protagonista è racchiusa nel pronome “io”.

È talmente egoriferita che non ammette mai a se stessa di tradire il marito, gli confida però di Eva e si aspetta quasi da lui maggiore comprensione (che avrà poi in toto), cerca continuamente di scavarsi dentro per cercare la libertà di essere al di là di ogni definizione, insegue perfino un vecchio amico psicologo per farsi confermare le proprie opinioni su sé stessa.

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È necessariamente un male, questo? Anche se in molti punti del libro vien da prendere a male parole Nina per la sua incoscienza, inconsapevolezza e sbrodolaggine, ognuno cerca la propria dimensione come vuole, ma soprattutto come può.

La colta libraia borghese ricorre a scappatoie che per lei sembrano sovversive, eretiche, piene di ombre e di fascino (l’omosessualità, l’adulterio a soli fini sessuali): in realtà fa quello che fanno tutti, senza però i suoi patemi d’animo. In fondo La dittatura dell’inverno, la cui scrittura, quando non ripete eccessivamente sé stessa, ha un andamento pulito e interessante, è una storia che con qualche acciacco racconta un tema che è ancora per certi versi tabù.

Peccato che si pensi subito che questo tema tabù sia il lesbismo. E invece è che le donne di quarant’anni sono ancora belle, libere, sensuali e sessuali e meriterebbero di essere raccontate in modo molto più articolato di quanto vogliano i luoghi comuni.

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(Chi ha pagato il libro? Mondadori libri, che ha inviato a Paolo Armelli la copia sulla quale ha condotto la recensione e a FN la copia che è stata fotografata; grazie a Anna Da Re da entrambi)

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