Non starò a raccontarvi delle storie

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ADELPHI LIBRINI POCO BELLI (Saluti dal Salone del Libro, 14)

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Fra le tante collane
di librini
che ora paiono
irrinunciabili
per tanti motivi,
raramente più
interessanti
del fatto che il rapporto
ciò che si vende/quanto si incassa
è spesso più favorevole
di un librone,
la “Biblioteca minima” di
Adelphi
è forse la più longeva
e con tante cose
belle da leggere.
Il progetto grafico
di tutta l’Adelphi,
sappiamo bene,
si basa
-lo si legge nell’ultimo libro
autobiografico
di Calasso,
il capo del marchio
da tempo nel gruppo RCS-
su uno snobismo
nei confronti dei “grafici”
-nel suo libro “i grafici” suona un po’ come un’insulto
come fossero una conventicola
autoreferenziata-, -naturalmente snobismo in polemica
contrapposizione all’Einaudi dei Munari & C.-
che bellamente si misero
-all’epoca della mitica fondazione-
da parte, riciclando una griglia
di Aubrey Beardsley, e risparmiando un po’,
vien da dire.
Comunque fu fatto bene,
e anche se spesso pieni di imprecisioni,
talora sciatti, talora bellissimi,
i volumi Adelphi
han sempre spiccato per riconoscibilità
e riconducibilità al marchio, due punti saldi di qualunque progetto
di grafica editoriale.
Bene.
Però,
per questa “Biblioteca Minima”
uno sforzetto,
un pensierino,
un sfrizzolo d’intenzione,
forse potevano mettercela.
C’hanno invece sempre avuto un che
di sciatto,
che spiace.
Svilisce.
Ed è strano dall’Adelphi anni 2000.
Voglio dire:
son capaci di venderti
i romanzi di Fleming
come fossero una scatola di
cioccolatini
confezionata da
Tiffany
e prodotta da Louis Vitton,
forse qualcosa di meglio potevano fare.
Eppure.
Poi qualcuno
gli riesce anche bene eh, non dico di no.
Ma spesso no invece.
Io mai me ne capacito.
Ecco.

A presto,
un saluto
FN

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