Non starò a raccontarvi delle storie

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A CHE SERVE LA MEMORIA? Il pantarèi di Ezio Sinigaglia, 3

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

QSSP#2: Il pantarèi di Ezio Sinigaglia

[QSSP, dopo avere presentato un’analisi iconografica di Massimo Scotti in quattro puntate a proposito delle copertine de Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, che era uscita (1978) in una nuova edizione per Einaudi negli “Struzzi”, ed essersi soffermato quindi sull’esterno del libro, tenta ora un affondo all’interno, ma laterale, come è la natura di questa rubrica. Smarrito nella distrazione editoriale Il pantarèi di Ezio Sinigaglia è recuperato, in quattro puntate, qui, nelle sue pagine che ruotano attorno alla Recherche.]

[F.N.]

 

Marcel Proust (prova per una serie)

 

[da: Intro] Abbiamo deciso di estrarre dal cono d’ombra questo libro per tre motivi: 1. perché è un bel libro e ci faceva piacere chiamarlo su questa ribalta; 2. perché contiene un intero capitolo dedicato a Proust; 3: per via di una divertente coincidenza: uno dei collaboratori di questa rubrica custodisce (gelosamente) nella sua biblioteca una copia del Pantarèi. Le coincidenze ci piacciono, e il Caso (sovente) fa bene le Cose. […] Il libro (iniziato nel 1976) era pronto già nel 1980, “piacque a molti e non dispiacque a nessuno, editori compresi”, mi ha scritto di recente l’autore (fra i suoi estimatori cito solamente Giovanna Bemporad, Silvana Ottieri, Vittorio Sereni e il ‘proustianissimo’ Giuliano Gramigna [peraltro, speriamo presto di parlare, in questa rubrica, del suo Marcel ritrovato, Rizzoli, 1969]). Lo pubblicò nel 1985 un piccolo editore: SPS, poi Sapiens, che curava soprattutto bellissime edizioni d’arte e architettura. […] Giacomo Debenedetti ha scritto un “racconto critico” del Romanzo del Novecento, nei meravigliosi quaderni che Garzanti pubblicò, postumi, nel 1971. Barthes, negli anni Ottanta, aveva in mente qualcosa del genere (cfr. G.M. Gallerani, R.B. e la tentazione del romanzo, Morellini, 2013). Un altro meta-romanzo proustiano è il già citato Marcel ritrovato di Gramigna. Ecco: non si tratta di una genealogia di modelli, bensì di una famiglia di testi – a loro modo tutti sperimentali e che hanno ancora molto da dire, al lettore contemporaneo che trova in Proust e nel proustismo una fonte inesauribile di novità. In quest’alveo ci piace collocare questo libro. […] Qui di seguito allego l’incipit di una scheda che ho ‘estorto’ a ES prima di cominciare a leggere le sue pagine. Non mi resta che augurarvi Buona Lettura.

QSSP#2.3: A che serve la memoria?

Da: Il Pantarèi, di Ezio Sinigaglia (scritto tra il 1976 e il 1980, pubblicato nel 1985 da Edizioni SPS. Secondo estratto.)

[La vita di Stern, da parte sua, volteggia inquieta per le strade di una città che si direbbe Milano, ma baciata da “Un ottobre davvero magnifico. Dorato. Opulento”, seguendo un itinerario assai meno lineare eppure misteriosamente necessario. Occupato in giochi sarcastici e, insieme, in struggenti evocazioni della moglie che l’ha abbandonato, saltando volubile da un progetto all’altro, da un genere di erotismo a quello opposto, da un bar affumicato di odori a una trattoria di terz’ordine, Stern incontra via via un piccolo corteo di personaggi che usciranno tutti dopo poche pagine dal romanzo per non tornarvi mai più. Intanto, però, il suo nuovo lavoro editoriale scava tunnel nella sua volontà cosciente, come un tarlo operoso, per restituirlo alla fine al suo rinnegato mestiere di scrittore.]

Un sole vivido ora e nell’aria ferma come un trepido (o tiepido?) un trepido tepore, un soffio-ricordo d’estate, men­tre io, Daniele Stern è il mio nome, mentre Stern calpesta, ma dunque ma dunque chi sono?, calpesto ecco, cric, con suola di gomma di scarpa nuova, cric, una foglia secca d’autunno e a parte questo con suole di gomma silenzioso è il suo passo, ma dunque, silenzioso di chi? di Stern silenzioso, silenzioso è il mio passo, a passo silenzioso passeggio in questo assolato dopoproust. Dopoproust di passo nuovo foglie secche trepido calpesto. Non Venezie si accendono in me da rivisitate lontananze, non chiarori danzanti sull’ac­qua, mentre egli, chi?, Stern procede lungo il viale sotto platani spogliantisi, senza fare gomma rumore, ma dove ma dove?, è buio nel sole vivido gelida nella calda luce la notte, uomo con cane procede, bianco di nero pezzato, non lontano da me sopra foglie, cric, d’autunno più lento procede. E’ notte notte notte, notte di maggio (prego evitare questa storia che già conosco), naso-a-terra cane zig-zag, sempre la stessa notte, Anna Anna Anna mille volte mi lasci, bianco di nero pezzato, zig occhio in campo bianco, zag occhio in campo nero, mille volte l’hai persa, chi?, tu io Stern mille volte calpestato, crac, quella notte di maggio. Liberarsi liberarsi, ma come ma come?, tutti i giorni su quella notte convergendo, tutte le strade in piazza dodici maggio sfo­cianti, come diavolo?, no non setter non brètone, castiga la memoria frùstala dòmala, ecco dàlmata dàlmata, dàlmata annusante. Anna in accappatoio bianco di spugna seduta a gambe sul divano color panna incrociate incrocia gambe nude lei che le cosce sempre teneva serrate maniacalnascon­dendola, zampa solleva dàlmata, bianconero piscia sul muro pisciato, fiuuiuuìii, richiama fischio padrone bianconero pisciante. Lei che sempre le cosce teneva serrate sul divano color panna cosce nude spalancate. Ma perché? Gambe nude incrocia nudi talloni Anna sotto chiappe nude, tutta Anna nuda sotto bianca spugna, prenderò la prima a destra stradetta tranquilla poco traffico là si costringe, l’ultima volta nuda, castiga la memoria dòmala dòmala, Anna nuda sotto accappatoio bianco, castiga castiga, l’ultima volta che gliel’ho vista o forse soltanto immaginata. Ripetere mental­mente poesia. Quale? Qualcuna che ricordo a fatica. Ecco, voltare a destra qui, nuda Anna dolcemente uccidendomi, castiga la memoria, la poesia la poesia, dolce Anna senz’ira lucide parole a cosce dischiuse, parole come schiaffi dolce­mente schioccando. Quale poesia? Una delle tue, una poesia di Stern che Stern da molto tempo più non legge. Lavora, memoria, lavora. Vaghe stelle dell’Orsa io non credea. Sba­gliato pagina. Vago mattino. No, non vago. Va va va va. Vario. Vasto. Vasto mattino / ricucito da suoni sparsi / con molle. No, non è molle. Attraverso per marciapiede al sole, macchina gialla wrrrùm, si sfiocca la linea fra ombra e sole sull’asfalto chiaroscuro sfioccato. Vasto mattino / ricucito da suoni sparsi / con stanco indugiare di vento / sospeso tra i solchi del cielo / e il molle respiro dei salici / Mattino teso. No. Tese lucide parole come schiaffi. La poesia. Vasto mat­tino / ricucito da suoni sparsi / con stanco indugiare di vento / sospeso tra i solchi del cielo / e il molle respiro dei salici / Mattino chiaro / specchio di trasparenze esitanti / Teso mattino / prossimo sempre a spezzarsi / Foglie / come donne all’amore / aprono il ventre al sole. Apriva le cosce sotto la spugna, chiudeva il ventre al mio sesso, seduta Anna all’indiana secche come frustate parole schioccando, dolce­mente parole come torte Anna in faccia scagliantemi, ma dunque ma dunque?, bianche mani dietro la schiena incro­ciate grigio si trascina un vecchio incappottato, è di un uomo di un uomo che ho capisci bisogno, già perché io, grigio decrepito pesante cappotto spigato sul marciapiede allagato di sole senza da terra i piedi sollevare, lo sapevi anche prima, sciocco non questo, non fare, cretino, sai benissimo quel che capisci voglio dire, spiegati meglio potrei equivocare, s’infila in sfacelo nel panificio con le unghie aggrappato alla vita con le scarpe all’asfalto all’ombra sull’asfalto di un vecchio aggrappato. Ti si vede la passera. Esageri e poi, Anna a cosce dischiuse nervosa sul divano color panna nel fumo parlando, anche geloso?, geloso di chi siamo soli, e allora?, mi piace, come?, niente constato. Ma dove, dove?, ai giardini pubblici su una panchina a lasciarmi ricordare. Attraversare il corso, scivolare per le stradette squallide del ghetto. Sciamante si avvicina il corso infaticabile, monta a ondate il rumore. Gli occhi Anna al tappeto abbassava esitante, mentre io, ma chi ma chi dunque? sull’asfalto di sole imbiancato passo verso il corso dopo passo, whisky bruciante nella gola aggrappavo al bicchiere la mia nausea, il dubbio, tu sei il dubbio vivente, lo so e allora?, allora è la sola allora è l’unica cosa che sai. La clark nuova, clark destra nuova, senza rumore color camo­scio sul bordo selciato del marciapiede s’arresta, la punta verso il basso s’inclina, corso biancoasfaltato grigiobianco variegato punta clark tocca asfalto biancogrigiostriato, spi­golo preme aguzzo contro suola di gomma, spigolo d’attesa, tagliando incrocio motori in echi spezzati. Anna Anna mia, a quali a quali certezze?, gli occhi rialzava a inchiodarmi, non posso ho bisogno capisci, la strada adesso due quinte grigie, il sole come dimenticato. Dalla finestra aperta aria dolce un’estate senz’Anna preannunciando, Anna ora le gambe riallungava al tappeto. Bianchi lembi di spugna sollevati, mezzo nude le cosce, mai più mai più mie. Ma chi? io dunque?, grigie quinte restringentisi al fondo emerge nel sole il grattacielo, io, Daniele Stern, Stern s’alzò dalla sedia cui era inchiodato verso di lei, perduta, al suo corpo malcelato muovendo. Alla dura sedia al bicchiere strappandomi come ebbro su di lei mi vertigino. Di guano disseminata disastrosa verso il verde lontano verso la luce si protende la via, castiga la memoria dòmala dòmala, Anna le mani contro il mio petto a difendersi, castiga castiga, io le mani sotto la bianca spugna, castiga, lungo le cosce salendo. Guàno secco calpe­sto, davanti a me calpesta guano secco donna enorme ondeg­giante, le mani al ventre salendo, larghi fianchi nell’aria beccheggiando, cosa vuoi?, scopare, sei matto? Prova fred­damente, come si trattasse di un altro. Dunque: Daniele Stern, disoccupato di talento, accusato dalla moglie Anna (seminuda sul divano) di insicurezza o, meglio, di viltà di fronte alle scelte, di condurre insomma una vita alla gior­nata disseminata di rinvii, tipica di una personalità imma­tura e tale da non costituire per lei, Anna, un valido e certo sostegno ma al contrario (sebbene questo non venisse espli­citamente affermato) un ponderoso fardello, consapevole già che la sua sostituzione con un marito più canonico era imminente, si alzò in una notte di maggio carica di presagi estivi dalla sedia strappandosi al bicchiere di whisky cui era rimasto fino a quel momento aggrappato, coprì con passo rapido, duro e malfermo la breve distanza, fu sopra lei già seminuda, sollevò i lembi dell’accappatoio di spugna bianca di quel poco che bastava a scoprire gli inguini e, benché Anna si rifiutasse e ripetutamente lo respingesse sia con le parole «sei matto» sia colpendolo con i pugni e anche in un’occasione schiaffeggiandolo, noncurante altresì del fatto che la finestra era spalancata e l’illuminazione nel piccolo soggiorno più che bastevole, in quella luce bianca e obliqua che mi feriva gli occhi ebbro dibattendomi, la ridussi sul divano color panna supina, quasi piangente, e, liberata dai tormentosi indumenti l’erezione insensata che mi guidava, la costrinsi ad accoglierla nel suo ventre fino a goderne suo malgrado, tanto che, non più allontanandomi ora ma al contrario stringendomi a sé e con entrambe le mani sospin­gendomi più dentro di sé e gridando e fremendo quasi fuori di sé come mai prima, lo indusse a ritenere di averla ricon­quistata. La luce si sotterra nel ghetto dentro sporche bot­teghe. A che serve la memoria? A restare imprigionati. Daniele Stern è il mio nome e in Stern rinchiuso inutilmente le dita ansiose alla luce protendo. Rinchiuso in una gabbia di approssimazioni, in un carcere inesatto e manchevole. Anna sotto di me vibrante la bionda testa rovesciata, e poi e poi?, e poi se n’è andata. Già rivestita ora, come come?, senz’ordine altri vestiti nella valigia aperta sul letto gettando. E’ inutile ho deciso, vivido il sole dopo le case riappare, ma prima ma prima?, la piazza grande lago asimmetrico squarciato dai motori, le bancarelle dei libri come isole insidiate. Di un uomo di un uomo ho bisogno, no questo prima, gli occhi verdi muovendo fra ciuffi biondi scomposti, sì è vero mi piaci è vero ancora ma non posso ho deciso, ma prima?, Anna quasi immemore fra le mie braccia sotto di me fremente, dopo, dopo, Anna bruciante, bruciante schiaffo sulla guan­cia schioccandomi, un po’ d’ordine un po’ d’ordine, Anna gli occhi abbassati nel fumo parlando. Insomma: che cosa è successo dopo? Ma che t’importa? Perduta. I giardini, di nuovo foglie secche calpesto.

 

Marcel Proust. Da Monsieur Proust, di Céleste Albaret (SE, 2004). 4

 

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

(Una breve, parziale, immersione nel té; la letteratura cambiò per sempre. Il 14 novembre, cent’anni fa. 

Evviva! Cent’anni dalla prima pubblicazione è un bell’anniversario da festeggiare. La Recherche ci ha cambiato tutte e tutti, che la si sia letta o meno, che la si sia annusata e lasciata lì o letta invece dalla prima pagina all’ultima e poi cercato ancora ogni riga scritta dal Marcel mai saziandosene. Senza la Recherche di Proust il critico gastronomico Anton Ego non avrebbe avuto la sua madeleine incarnata in un boccone di Ratatouille.

La Recherche è impossibile da leggere, oggi. La sua mole, le sue frasi che sembrano non finire mai. Eppure, proprio oggi, quando leggerla sembra essere diventato un atto estremo può essere più che mai necessario. La Recherche può essere il baluardo, la fortezza che ciascuno di noi sa che un giorno può alzare per difendere la natura fluida e maestosa del tempo, sbriciolato dalla nostra passione trionfante per la distrazione.

Così, approfittando dei cent’anni, FN apre una nuova rubrica, affidata alle esperte mani di Giuseppe Girimonti Greco e Mariolina Bertini cui si affiancheranno altre mani e altre voci. Una rubrica che ospiterà cose diverse fra loro, pezzi difficili e frammenti d’occasione, materiali recuperati che si pensavano perduti, appunti, giochi, che, sia che noi si sia folli di Proust sia che noi si sia sospettosi e scettici, sappia tenerci nei pressi, tenerci in allerta, a dirci che Alla ricerca del tempo perduto è là, per noi, da cento anni.)

[F.N.]

(Cent’anni fa, ma proprio cent’anni giusti, il 14 novembre 1913, usciva a spese dell’autore il primo volume di un ampio ciclo romanzesco, A la recherche du temps perdu, Alla ricerca del tempo perduto. Quell’autore era Marcel Proust e il titolo di quel primo volume era Du côté de chez Swann, tradotto da Natalia Ginzburg come La strada di Swann [Einaudi, 1946] e da Bruno Schacherl [Sansoni, 1946] (curiosamente) come Casa Swann.

Vari editori avevano garbatamente rifiutato il manoscritto. André Gide, che aveva espresso un parere negativo per conto di un editore prestigioso, non si perdonò mai di aver commesso “il più grande errore della sua vita”, ma il tempo – galantuomo – ha vendicato Proust: se Gide vanta ormai ben pochi lettori, l’autore della Recherche è ancora oggi misteriosamente di moda; misteriosamente perché Quello Strano Signor Proust non è certo uno scrittore ‘semplice’, anzi, la sua scrittura rifugge dalla semplicità.

In tempi di concisioni estreme, di riduzioni di tutto al cicaleccio di twitter, è difficile pensare a un autore più lontano da un mondo che gli avrebbe fatto semplicemente orrore.

Il titolo che è stato scelto per questa nuova rubrica di FN è un omaggio a uno dei più bei libri che siano mai stati scritti sul nostro festeggiato (Céleste Albaret, Monsieur Proust, Paris, Laffont, 1973). Ma sulla ‘stranezza’ del Signor Proust – queer o non queer, questo è il dilemma – ancora molto ci sarebbe da dire… Buona lettura

[Giuseppe Girimonti Greco]

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

Il ritratto di Proust, logo della serie, è di Paola Monasterolo

 

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