Non starò a raccontarvi delle storie

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71, portami a danzare altrove

FN_Summer_love_2La terza linea muove un po’ la composizione serrata e affollata della pagina; la prima fotografia e la terza sono inclinate verso l’esterno, specularmente. Come già le altre presenti in pagina -salvo la prima in alto– questo, centrale, è uno scatto anomalo per l’album.


Quattro persone sono sedute su quattro poltroncine di vimini nell’aia di terra battuta di un’edifico rurale di mattoni, forse più che un’abitazione potrebbe essere un’ala di una fattoria, lo si immagina dalla facciata che s’intravede bucata da poche finestre e dai pilastri in mattoni appartenenti forse a un fienile. Qualche albero, le piante rasenti il muro, una accenno di prato, il sedime di un battuto di cemento ormai sbriciolato fanno pensare a un luogo poco manutenuto, trascurato, molto lontano dall’interno del giardino d’inverno in cui è stato ritratto Milo sotto il busto muto dell’Eros.


Disposte a croce le quattro poltroncine accolgono due donne e due uomini; le due donne, vestite di abiti semplici, da casa, danno la schiena al fienile; una, la più lontana dall’obbiettivo, è intenta a un lavoro forse all’uncinetto, lo sguardo concentrato sulle proprie mani, l’altra, con gli occhiali, guarda con un’espressione indecifrabile -le gambe accavallate, la mano destra appoggiata al ginocchio- il giovane uomo seduto sulla poltroncina alla sua destra; il giovane uomo è in primo piano, ma quasi dà la schiena al fotografo, la testa girata verso la sua sinistra a guardare la propria mano sollevata -lo sguardo si concentra sulla punta delle dita, forse qualcosa, un granino, un’unghia-; i sandali di cuoio calzati con delle calze corte bianche, il l’elastico ripiegato in giù con precisione, le gambe muscolose nei pantaloni corti, la camicia chiara forse bianca con le maniche arrotolate sul bicipite con la medesima precisione delle calze, i capelli biondi perfettamente pettinati: è Milo.


Dietro di lui, a finire il cerchio, un uomo più vecchio, dai capelli simili e dal naso forse simile, importante, camuso, le gambe incrociate nella stessa posizione di Milo, guarda la donna intenta a lavorare all’uncinetto. Nessuno sorride, nessuno parla, nessuno guarda negli occhi dell’altro.

Chi sono?


Se non la somiglianza, che io non so vedere e che è legata spesso a una luce, a un’espressione e che può svanire e riapparire, sono i luoghi che ci dicono che queste tre persone sono le stesse già fotografate negli anni precedenti. Dunque, si è detto, dovrebbero essere parenti di Milo, forse i genitori, forse degli zii. Ma non ne siamo certi, non possiamo.
Chi fotografa? L’assenza di André fa pensare a lui, anzi se ne vorrebbe essere certi, ma anche questo, in realtà, non sappiamo.


Sappiamo quello che raccontano gli sguardi di quell’istante, una tensione annoiata che nasconde forse una giornata tempestosa, si può immaginare che la coppia formata da Milo e André ormai almeno da tre anni sia accolta con fatica dalla famiglia -dalla famiglia che vediamo nelle fotografie-, ma anche questo è solo un pensiero privo di fondamenta, fondato su pregiudizi.


Milo non guarda verso il fotografo; non sorride. Lui che sempre si offre all’obbiettivo di André come tuffandovisi, entusiasta di farsi vedere, entusiasta d’essere visto dal suo amato, qui osserva nervoso un niente, come volendo essere altrove.


Mi avevi lasciato solo. -No.

 

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