Non starò a raccontarvi delle storie

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7 COPERTINE per MARCEL PROUST, ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO, di Massimo Scotti, 1 di 4

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

QSSP#1.1:

7 copertine per Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

di Massimo Scotti

(Una breve, parziale, immersione nel té; la letteratura cambiò per sempre. Oggi, cent’anni fa. 

Evviva! Cent’anni dalla prima pubblicazione è un bell’anniversario da festeggiare. La Recherche ci ha cambiato tutte e tutti, che la si sia letta o meno, che la si sia annusata e lasciata lì o letta invece dalla prima pagina all’ultima e poi cercato ancora ogni riga scritta dal Marcel mai saziandosene. Senza la Recherche di Proust il critico gastronomico Anton Ego non avrebbe avuto la sua madeleine incarnata in un boccone di Ratatouille.

La Recherche è impossibile da leggere, oggi. La sua mole, le sue frasi che sembrano non finire mai. Eppure, proprio oggi, quando leggerla sembra essere diventato un atto estremo può essere più che mai necessario. La Recherche può essere il baluardo, la fortezza che ciascuno di noi sa che un giorno può alzare per difendere la natura fluida e maestosa del tempo, sbriciolato dalla nostra passione trionfante per la distrazione.

Così, approfittando dei cent’anni, FN apre una nuova rubrica, affidata alle esperte mani di Giuseppe Girimonti Greco e Mariolina Bertini cui si affiancheranno altre mani e altre voci. Una rubrica che ospiterà cose diverse fra loro, pezzi difficili e frammenti d’occasione, materiali recuperati che si pensavano perduti, appunti, giochi, che, sia che noi si sia folli di Proust sia che noi si sia sospettosi e scettici, sappia tenerci nei pressi, tenerci in allerta, a dirci che Alla ricerca del tempo perduto è là, per noi, da cento anni.

Naturalmente, si comincia parlando di copertine)

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

(Cent’anni fa, ma proprio cent’anni giusti, il 14 novembre 1913, usciva a spese dell’autore il primo volume di un ampio ciclo romanzesco, A la recherche du temps perdu, Alla ricerca del tempo perduto. Quell’autore era Marcel Proust e il titolo di quel primo volume era Du côté de chez Swann, tradotto da Natalia Ginzburg come La strada di Swann [Einaudi, 1946] e da Bruno Schacherl [Sansoni, 1946] (curiosamente) come Casa Swann.

Vari editori avevano garbatamente rifiutato il manoscritto. André Gide, che aveva espresso un parere negativo per conto di un editore prestigioso, non si perdonò mai di aver commesso “il più grande errore della sua vita”, ma il tempo – galantuomo – ha vendicato Proust: se Gide vanta ormai ben pochi lettori, l’autore della Recherche è ancora oggi misteriosamente di moda; misteriosamente perché Quello Strano Signor Proust non è certo uno scrittore ‘semplice’, anzi, la sua scrittura rifugge dalla semplicità.

In tempi di concisioni estreme, di riduzioni di tutto al cicaleccio di twitter, è difficile pensare a un autore più lontano da un mondo che gli avrebbe fatto semplicemente orrore.

Il testo che abbiamo scelto per festeggiare a modo nostro la ricorrenza parla di una splendida edizione Einaudi della Ricerca, impreziosita da apparati critici di Mariolina Bertini, e uscirà in quattro puntate.

Ringraziamo sentitamente l’editore Le Cariti di Firenze, e in particolare Mascia Cardelli, per averci accordato il permesso di riprendere in questa sede un’intera ‘voce’ del volume Proust e gli oggetti (a cura di G. Girimonti Greco, S. Martina e M. Piazza, 2012).

Il titolo che è stato scelto per questa nuova rubrica di FN è un omaggio a uno dei più bei libri che siano mai stati scritti sul nostro festeggiato (Céleste Albaret, Monsieur Proust, Paris, Laffont, 1973). Ma sulla ‘stranezza’ del Signor Proust – queer o non queer, questo è il dilemma – ancora molto ci sarebbe da dire… Buona lettura

[Giuseppe Girimonti Greco, Massimo Scotti]

Proust e gli oggetti, a cura di G. G. Greco, S. Martina, M. Piazza. Le Cáriti Editore 2012. Impaginazione e grafica: DMD. Copertina (part.), 1

Angeli veglianti

Le sette copertine della Recherche

nell’edizione Einaudi del 1978

1: Intro

Dopo un estremo, affannoso tentativo di cogliere la bellezza alla mostra dei pittori fiamminghi, e gravato dal contrappasso crudele di un’indigestione da patate mal cotte, che gli provoca ripetuti collassi, Bergotte muore. Forse non per sempre, forse non del tutto, come si ostina a sperare il Narratore, in un accorato interrogativo sulle motivazioni degli atti umani – in definitiva, però, il suo corpo muore.

On l’enterra, mais toute la nuit funèbre, aux vitrines éclairées, ses livres, disposés trois par trois, veillaient comme des anges aux ailes éployées et semblaient pour celui qui n’était plus, le symbole de sa résurrection [Venne condotto alla sepoltura; ma, durante l’intera notte funebre, nelle vetrine illuminate, i suoi libri disposti a tre a tre vegliarono come angeli dalle ali spiegate, e sembravano, per colui che non era più, il simbolo della sua resurrezione]. [1]

[1] M. Proust, La Prisonnière, in A la recherche du temps perdu, III, édition publiée sous la direction de Jean-Yves Tadié, avec, pour ce volume, la collaboration d’Antoine Compagnon et de Pierre-Edmond Robert, Paris, Gallimard, “Bibliothèque de la Pléiade”, 1988, p. 693. La traduzione italiana è di Paolo Serini, La prigioniera, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. V, Torino, Einaudi, “Gli Struzzi”, p. 190.

Altri corpi, quindi, meno umani, in forma di oggetti personificati, presiedono al trapasso terreno, indicando nel contempo, con la loro sola presenza, la possibilità di un superamento della morte. È l’antica idea della sopravvivenza del genio attraverso la sua opera, che qui assume la forma gentile e protettrice di un angelo vegliante su una salma. Anzi, una triade angelica, e più triadi: i libri di Bergotte sono disposti per terzetti, richiamando da un lato i gruppi triplici delle divinità universali (le Gorgoni, le Grazie, le Cariti, le Parche, le Norne, la Trimurti), da un altro lato le raffigurazioni mistiche del Medioevo, in cui, per esigenze di simmetria o per complicati simbolismi numerici, il trio angelico è onnipresente – come onnipresente è l’immaginario medievale nella Recherche. [2]

[2] Cfr. il volume di Anita Albus, Im Licht der Finsternis: Über Proust, Frankfurt am Main, S. Fischer, 2011.

Oggetti-corpi, dunque, cose che nella metafora acquistano parvenze creaturali di esseri alati, grazie al ricordo di una particolare disposizione che possiamo immaginare: un libro diritto e altri due, che lo sostengono o lo fermano, posti in obliquo, sui due lati, come ali spiegate. A tali, singolari oggetti, concreti eppure animici, umili e sovrumani, è affidata la salvezza dalla definitiva sparizione. Bergotte vivrà nella sua opera, a patto che questa possegga perpetuamente una forma terrestre – in una parola, a patto che i suoi libri vivano tra gli uomini: dovrebbero tener conto più spesso di tale fatto, gli editori, ai quali è affidata una responsabilità così grande e così sottile – scegliere se far vivere o rivivere un autore attraverso la sua parola, pubblicandone o ripubblicandone gli scritti.

Argomento del testo che qui comincia è una di queste reincarnazioni, la peculiare forma che prese l’opera di Proust alla fine degli anni Settanta, in Italia; si parlerà proprio del libro nel suo aspetto fisico e concreto, quindi della Recherche come oggetto, editoriale e grafico; in particolare, si parlerà delle copertine dei suoi sette volumi nell’edizione Einaudi, scelte per la celebre collana degli “Struzzi”, e delle fotografie di Atget che vi sono riprodotte.

Scopo del mio studio è la dimostrazione, con un piccolo esempio, di quanto possa farsi rivelatrice la veste iconica di un testo, e di come possa sintetizzare, in un solo gesto visivo che unisce mondo di scrittura a mondo di immagine, l’intero percorso critico sotteso.

La scelta oculata del nesso fra opera e visione che la illustra, in questo caso, racconta una lunga e complicata storia di rapporti fra voci e sguardi, scrittori e giudici della letteratura, suggestioni e analisi, ma soprattutto fa capire come la cosiddetta ‘linea editoriale’, fatta di una concatenazione di scelte che guiderà inevitabilmente la cultura di un pubblico, non può essere affidata alle ottuse albagie dei marketers, se non vuole diventare scadente.

Dietro la cultura delle grandi case editrici esistite fino agli anni Ottanta (fra le uniche superstiti, oggi, Feltrinelli, Einaudi e Adelphi), c’erano redazioni degne di questo nome, in cui il lavoro del singolo era parte dell’impegno collettivo, in un intreccio di scambi a vari livelli che produceva saperi multipli dotati di grande valore.

Angeli veglianti

Le sette copertine della Recherche

nell’edizione Einaudi del 1978

1: Intro

Le sette copertine

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

Il ritratto di Proust, logo della serie, è di Paola Monasterolo

I volumi fotografati sono stati gentilmente prestati a FN da Camilla Valletti

 

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