Non starò a raccontarvi delle storie

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52, jeu de mots

FN_Summer_love_2Le ultime due fotografie di questa pagina scarna –solo cinque immagini- e mista, ritraggono entrambe Milo.

In una Milo è al torrente, dove già lo si era visto, per esempio in veste di Tarzan; l’immagine sembra in effetti appartenere a quella serie, che compariva, come seconda, nella nona pagina. Nell’altra è su una barca, un gozzo, con una signora.

La signora sembra essere, dal cappellino di paglia, la signora già ritratta nella fotografia scattata sulla tomba di Verhaeren, già in compagnia di Milo. Probabilmente –io non sono affatto fisionomista- è la stessa signora ritratta in una fotografia della sesta pagina.

 

Le due fotografie, dal punto di vista dell’immagine, appartengono a due serie diverse –il campanile che si vede sullo sfondo della seconda immagine potrebbe essere lo stesso che si vede alle spalle di André nella fotografia scattatagli da Milo –probabilmente- accanto al monumento funebre; si potrebbe anzi pensare che i tre, sulla barca, si stiano allontanando dal monumento per raggiungere la sponda opposta.

 

Qualcosa però le accomuna: le didascalie. Il gusto di Milo per i giochi di parole e per l’ironia, qui più libero e tagliente, unisce le due immagini.

 

In entrambe c’è qualcosa di sfrontato –per come li conosciamo sinora si può azzardare il pensiero di André che disapprova ridendo e Milo che ride prendendolo in giro per il suo timore per ciò che non è formalmente corretto: immagini, parole, relazioni.

 

La prima fotografia, certamente scattata da André: Milo sta attraversando il torrente, guadandolo camminando su delle rocce emerse. È visto da dietro, sta allontanandosi dal punto in cui è rimasto André; ha le gambe divaricate, i piedi poggiano su due rocce diverse; il busto e la testa compiono una torsione all’indietro, verso André, che scatta la foto. La posa non è elegante e anzi un po’ goffa e forse anche lo scatto non era stato previsto: Milo non è perfettamente a fuoco, lo sono di più le acque nere e lucide e le fronde brillanti del bosco. La didascalia che Milo scrive è: “L’envers vaut l’endroit”.

 

La seconda fotografia vede Milo e la signora seduti sul bordo di un gozzo che li sta forse portando alla sponda di fronte, che si vede sullo sfondo. Milo e André sono già stati con la signora al Monumento a Verhaeren, dal quale forse stanno allontanandosi. Milo e la signora ridono, un sorriso chiaro e aperto quello di Milo, meno in posa del solito, un po’ trattenuto quello della signora, ma che appare comunque divertita. Milo ha nella mano destra qualcosa di luccicante, degli occhiali forse, ma i due non sono a fuoco. La didascalia che Milo scrive è: “O – me – let”.

 

 

Anche se vagamente il senso delle due didascalie mi pareva d’intuirlo, ero davvero incapace a darne una traduzione soddisfacente.

Ho chiesto aiuto a Giuseppe Girimonti Greco. Qui di seguito la ricostruzione spero fedele della conversazione che abbiamo avuto a diverse riprese.

-La prima: “dritto e rovescio (per me) pari sono”. Che ne dici?

“O me let”: la lascerei così, perché il gioco di parole si capisce anche in italiano. Quindi “O – me – let”.

-Ma non c’è un gioco con endroit (luogo?)

-“Il (bel) panorama vale una / la visita”. Che ne dici?

-Ottimo, grazie!

Più tardi.

-Alla lettera, è: “il rovescio/il contrario/l’opposto/l’inverso vale il dritto/davanti”. Solo che, come notavi tu, la parola endroit” è anche “posto”. Il Trésor de la langue française dice, alla voce “endroit”: En partic. [En parlant gén. d’une étoffe, d’un vêtement] Bon côté, côté le plus beau d’un objet à deux faces. Endroit d’une nappe, d’une chaussette. Anton. envers. Étoffe à deux endroits. Qui est réversible. L’envers de l’habit est devenu l’endroit.
Loc. adv. À l’endroit. Mettre son gilet à l’endroit. Anton. à l’envers.
Au fig. Côté apparent d’un être ou d’une chose.

Molto interessante quanto dice qui:

Fam. Le bon endroit. Postérieur d’un individu ou point du corps particulièrement sensible à la douleur.

Poi mi viene in mente il “revers”, che è il rovescio (della stoffa, della medaglia) quindi, volendosi sbizzarrire: “il rovescio della medaglia/il didietro/il dietro vale il posto/il luogo//il dritto”. Non si può rendere bene il gioco su posto/dritto. Envers, del resto, rimanda anche a “inversion”, ovvero omosessualità, uranismo (o almeno così credo).

-Oddio, e quindi?

-“Il rovescio della medaglia vale una visita / sosta”. Oppure, più lungo: “il rovescio (della medaglia) vale una visita / sosta quasi quanto il dritto / il davanti / quasi più del davanti”. Quale preferisci? Scegliamo insieme. Poi passo alla frittata…

-A me piace la più lunga.

-“Il rovescio della medaglia merita una sosta quasi più del davanti”.

-Accolta! Grazie.

Più tardi (via mail).

Ci ho ripensato. Si tratta di una frase fatta, non avevo cercato bene: guarda il Trésor, che dice quanto segue: Loc. verbales fig. L’envers vaut l’endroit [En parlant des beaux côtés cachés, des dessous de quelqu’un, de quelque chose] Elle a une nuque qui n’est pas si mal. Mais est-ce assez? «L’envers vaut l’endroit», disent les petits tailleurs (MONTHERL., Pitié femmes, 1936, p. 1146). «Pourquoi conserver des opinions hors d’usage? Confiez-les-nous! L’envers vaut l’endroit» (GREEN, Journal, 1938, p. 140). Nella seconda accezione il senso può anche essere: una cosa vale l’altra / questo e quello pari sono, hanno lo stesso valore (positivo); o almeno così mi pare; ma è la prima quella che ci serve. Lì si tratta di nuca: una bella nuca: ovvero: anche la nuca è bella. Non solo il viso, ma anche il ‘rovescio’. Endroit è un antonimo perfetto di “envers”. È vero che significa anche “luogo”, anzi: “posto”. Ma io sacrificherei il gioco di parole, in definitiva. Renderei con: “il dietro è bello come il davanti”. Mi sembra semplice ed efficace. Perché c’è un’allusione al “didietro”, al “posteriore”, abbastanza chiara (dietro senza “di”). Se vuoi aggiungere il calembour: “Il dietro è bello come il davanti, in questo posto”. Oppure: In questo posto il dietro è bello quanto il davanti, se non di più.

-Accidenti.

-“O-me-let”: c’è, o almeno così mi pare, una specie di inversione di “let me”, che significa “lasciami” + fare la tale cosa (e quindi sottindendo: “GO”, lasciami andare) – forse conoscevano “O let me weep” di Purcell?

Potresti rendere con: “Oh! me let”. Aggiungendo l’eclamativo, trasformando il primo elemento in interiezione, che ne dici? Ma forse sarebbe meglio che tu chiedessi anche a uno più (ehm) anglista di me.

-Mi sembra che vada benissimo. Grazie, non sapevo come uscirne.

“Il dietro è bello come il davanti, in questo posto”

“Oh! me let”

Insolente! -[ride]

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Juno: -O let me weep, for ever weep,
My Eyes no more shall welcome Sleep;
I’ll hide me from the sight of Day,
And sigh, and sigh my Soul away.
He’s gone, he’s gone, his loss deplore;
And I shall never see him more.

 

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