Non starò a raccontarvi delle storie

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50, io vi guardo

FN_Summer_love_2Place Flagey è una grande piazza a Bruxelles –la più grande-, recentemente –nel 2008- malamente ridisegnata.

Uno dei lati, come fosse un bastimento, è occupato dal magnifico e imponente edificio della Maison de la Radio, progettato da Joseph Diongre nel 1930 e finito di costruire nel ’38; all’angolo destro, sotto la torre che segna l’angolo del palazzo, al pianterreno, c’è il Café Belga, dove mio marito e io sempre andiamo a riprenderci il tardo pomeriggio dalle fatiche dei turisti quando siamo a Bruxelles.

Naturalmente, vista l’ampiezza, la piazza ha ospitato ogni genere di manifestazione e aggeggio, compreso, raccontano su Wikipedia, una base per il lancio di aerostati. Fra tutte queste cose una fiera.

La didascalia di Milo alla fotografia, “Foire place Flagey: un coup de chance….” [Fiera in piazza Flagey: un colpo di fortuna….], oltre a confermare il suo carattere ironico, ci dà un

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luogo preciso, il nome della piazza. L’assenza dell’indicazione della città, soprattutto in una pagina mista di cose e luoghi come questa, è un indizio forte a suffragio dell’ipotesi che André e Milo abitassero a Bruxelles, ipotesi che sinora si basava solo sul fatto che noi trovammo lì il loro album.

Cercando su google non ho trovato delle fotografie coeve di una fiera, ma questa fotografia è in buon accordo con altre di Bruxelles dell’inizio degli anni ’50: rutilanti di luci, di neon, di automobili, di locali, di jazz e di danze americane.

È anche la prima fotografia scattata in città. André vi compare in un completo doppiopetto chiaro –e così forse possiamo immaginare Milo, vista l’attitudine dei due a vestirsi in modo simile-, serio con la sua finta carabina.

Nessuno ha scattato questa fotografia, o forse possiamo considerarla un altro autoscatto. André mira, Milo lo guarda, lo incita o lo prende in giro, André spara, fa centro, aziona un sitema di piccole leve, l’otturatore s’apre, scatta la foto.

Ma non è Andrè a guardare nel mirino della macchina fotografica –la sua attenzione è tutta al mirino della carabina- e non è Milo: di nuovo, come nei veri autoscatti, siamo noi a guardare attraverso l’obbiettivo, siamo noi lì accucciati sullo scaffale del chiosco, indagati dalla signora alla destra di André; il suo è uno sguardo ipnotico al quale non ci si può sottrarre: ci ha visti.

Ci vide allora, con il suo rossetto scuro e l’abito nero di taglio maschile, ci vide e non smise mai di guardarci. Andrè, illuminato dalla luce abbagliante del flash, è come impietrito in un tempo immobile –la macchina fotografica scatta quando la pallottola colpisce il bersaglio, azione che la genera ma che non vediamo, non quando André spara, azione che è avvenuta prima e che siamo indotti a credere di vedere-; il tempo scorre invece da allora nello sguardo inesausto della signora che indaga e avverte tutti e tutte noi. Uno sguardo che ci mette sotto tutela. Attenzione, dice, non smetterò mai di guardarvi.

Ma chi era? –non so.

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