Non starò a raccontarvi delle storie

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47, i miei occhi per te

FN_Summer_love_2Nelle fotografie scattate con l’autoscatto, o quando André fotografa Milo, André e Milo hanno sempre le stesse facce.

 

C’è sempre in noi un volto che vogliamo dedicare alla persona amata, uno e non un altro. Con altri o da soli possiamo averne di diversi, ma ci vergogneremmo di farci vedere, così, da chi amiamo.

 

Se è vero che vediamo noi negli occhi dell’altro o dell’altra –come mai ci siamo visti, come per la prima volta ci sembra, infine, di vederci e di riconoscerci-, se è vero che l’altro o l’altra guardandoci ci ridisegna, è vero anche che chi noi speriamo ci ami di noi avrà sempre quel volto che costruiamo per il suo sguardo.

 

Forse mentre dormiamo può scorgere, immaginare, come siamo altrove dal suo sguardo, ma resta la coscienza imbarazzante di una visione rubata, il disagio di una verità che non saprà –o sapremo, se saremo noi a guardare- mai quanto sia tale –è vero ciò che ci viene nascosto o è vero ciò che ci viene regalato?

 

Così ancora di più nelle fotografie, quando ci mettiamo in posa per la persona amata, per la persona che speriamo ci ami. Non è solo che vogliamo essere più belli o più belle: vogliamo essere colui o colei che lui, o lei, ama.

 

Non c’è amore senza controllo, l’amore cieco è muto e solo. Poi, naturalmente, cambiamo. Gli anni ci regalano cambiamenti che noi non sapremmo costruire, ma sempre, in scena sotto l’occhio di bue della persona che amiamo e che speriamo ci ami, il nostro volto e il nostro corpo, come dei transformer arrugginiti, tenteranno di ricostruire quel lampo che immaginammo visto quella prima lontana volta, quella volta che nascemmo agli occhi di chi forse ci ama.

 

André e Milo qui, nell’acqua, appoggiati su una roccia con l’acqua tutt’intorno –ma come avranno fatto a fare l’autoscatto? In un tempo in cui certo non esistevano gli apparecchi water proof Andrè avrà poggiato s’una roccia la sua macchina e corso nell’acqua a raggiungere Milo? Senza traccia d’un respiro affannato, senza sospetto d’un timore di sbagliare? –così lontano questo dal primo autoscatto dell’album, così magnificamente lontano.

André e Milo qui sembrano infine compiutamente sereni; anche il braccio destro di Andrè, dalle curve e contro curve d’un racemo di ferro battuto, mentre s’appoggia col gomito alla coscia destra di Milo –un contatto intimo e familiare che ancora non avevano conservato nell’album-, racconta una sorta di sorvegliata gioia più che tensione. La mano di Milo appoggiata alla spalla sinistra di André racconta un –ironico, come sempre in Milo- senso di possesso ma anche l’appagante certezza d’un sostegno che non vacillerà.

 

E i volti, i volti sembrano ritagliati, appoggiati su corpi nudi così come potrebbero essere su corpi ammantati in caldi cappotti, all’aperto o in casa. Sono i volti di André e Milo che qui, di nuovo, tornano a guardare ad Andrè e Milo di molti anni dopo, agli André e Milo che sfoglieranno l’album, ancora insieme al fine della vita. Quello sguardo, quei sorrisi, guardano l’amore che sperano duri così tanto da scavalcare i decenni e a quell’amore si consegnano, in un presente che non può dirsi compiuto se non lanciato in un futuro lontanissimo.

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