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200 anni di MANSFIELD PARK: 1: La lista di Jane

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200 anni di Mansfield Park, di Giuliana Giulietti

La lista di Jane (1 di 5)

Esattamente duecento anni fa il 9 maggio 1814 Jane Austen pubblicava Mansfield Park, un romanzo bellissimo forse il più profondo uscito dalla sua penna, certamente – secondo il giudizio di Tony Tanner l’acuto e compianto critico inglese – uno dei più profondi del diciannovesimo secolo.
Tra la primavera e l’inverno di quello stesso anno Jane Austen raccolse in un quaderno intitolato Opinions Of Mansfiled Park, i commenti che la lettura del nuovo romanzo suscitava tra i parenti e gli amici, i quali – pur considerandolo non del tutto all’altezza o così intelligente o brillante o piacevole come Orgoglio e Pregiudizio– espressero per lo più un giudizio favorevole. La trama era ottima i personaggi ben caratterizzati e chi ne preferiva uno chi un altro. In quanto a Fanny Price, l’eroina di Mansfield Park,le opinioni erano discordanti. La madre di Jane Austen la trovava insipida, sua nipote Anna non la sopportava, il fratello George la detestava, al contrario i fratelli Edward e Francis e la sorella Cassandra, l’adoravano.
Jane Austen sorvegliava con interesse la ricezione dei suoi libri e per Mansfield Park che sapeva diverso dai due precedenti (Ragione e Sentimento, Sense and Sensibility, 1811 e Orgoglio e pregiudizio, Pride and Prejudice, 1813) aveva un occhio particolare. Lo dimostrano la lista di opinioni da lei scrupolosamente compilata e una lettera del 1 aprile 1816 al suo editore John Murray che era anche proprietario della “ Quarterly Review” su cui Walter Scott aveva recensito in forma anonima Emma:

Caro signore,
vi restituisco con molti ringraziamenti , la “Quarterly Review”. Credo che l’autrice di Emma non abbia di che lamentarsi per come vi è stata trattata, se non per la totale omissione di Mansfield Park: non può non dispiacermi che un uomo intelligente come il recensore di Emma lo consideri indegno di nota.

Mettendo in luce la miopia dell’illustre recensore, Jane Austen dice del suo romanzo una cosa importante: bisogna essere lettori attenti e intelligenti per coglierne la bellezza e la complessità. Nel corso dell’Ottocento nonostante la disattenzione di Walter Scott, Mansfield Park fu ampiamente lodato e nel 1878 in un articolo pubblicato sulla “Revues Des Deux Mondes” Léon Bucher

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lo presenta come il capolavoro di Jane Austen.

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L’eroina scomoda di un romanzo controverso

Nel Novecento però la musica cambia e Mansfield Park, considerato da gran parte della critica e dei lettori come una sorta di manifesto del moralismo e del conservatorismo dell’autrice, diventa oggetto di critiche durissime. Con il suo impulso a condannare e la sua lode alla stasi sociale contro il cambiamento, il romanzo sembra in effetti contraddire tutto quello che si celebra in Orgoglio e Pregiudizio: la vivacità, la levità di spirito, l’impulso al perdono e crea un certo imbarazzo anche tra gli ammiratori di Jane Austen. Dove è finita- si chiedono in molti – la sua ironia?
E c’è un punto che unisce detrattori e ammiratori della scrittrice inglese ed è l’incapacità – esattamente come la mamma, la nipote e uno dei fratelli della Austen – di provare un briciolo di simpatia per la protagonista del romanzo, la timida malaticcia virtuosa Fanny Price che tra le eroine create da Jane Austen è senz’altro la più impopolare e meno amata.

Io stessa a una prima lettura del romanzo (riletto poi una decina di volte) trovai Fanny Price piuttosto noiosa. Fanny arriva a Mansfield Park ancora bambina adottata dai ricchi zii Bertram che pur trattandola con gentilezza e assistiti dall’altra zia, la terribile Mrs Norris, le fanno intendere che non dovrà montarsi la testa e immaginarsi uguale alle cugine Maria e Julia. Fanny è la nipote povera che deve accontentarsi di una parte di secondo piano e sottomettersi come del resto tutti gli altri abitanti di Mansfield Park – Lady Bertram, i quattro figli: Tom, Edmund, Maria e Julia – a Sir Thomas il severo legislatore della casa. Ma con Fanny, una bambina obbediente, riservata e dal cuore tenero, gli zii non corrono in questo senso alcun rischio. Fanny sa stare al suo posto. La mia ammirazione – nel corso di quella prima lettura – era tutta per la più attraente e vivace Mary Crawford che con il suo spirito, la sua intelligenza, la sua vitalità, sembra un’altra versione di Elisabeth Bennet.
Mary non può mai star ferma e non è mai stanca, ama camminare cavalcare danzare, è maliziosa e seducente e per di più mette in burletta l’aspirazione di Edmund Bertram alla carriera ecclesiastica. Fanny al contrario ama l’immobilità, la quiete, il silenzio, si stanca facilmente ed è spesso sul punto di svenire.

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Rileggendo il romanzo mi sono però resa conto che il fascino di Mary è una sorta di specchietto per le allodole, una messa in scena di cui si serve per abbagliare il mondo, compiacere se stessa e soddisfare le sue ambizioni sociali. La debolezza di Fanny mi è invece apparsa come il segno della fatica e della tensione cui deve sottostare per tener fede ai principi che regolano la sua condotta e che guidata da Edmund ha appreso proprio a Mansfield Park: il senso del dovere dell’onore e del decoro, la lealtà e il buon senso.
Principi che rischiano di essere travolti da Mary e Henry Crawford i due fratelli londinesi che arrivano a Mansfield Park portandovi la smania dei divertimenti, la superficialità delle relazioni e i giochi della seduzione di cui cadono vittime Maria e Julia e persino l’irreprensibile Edmund. L’arrivo dei Crawford avviene durante l’assenza di Sir Thomas partito per le Indie Occidentali dove deve sbrigare alcuni affari. Nell’assenza del marito toccherebbe a Lady Bertram sorvegliare i giovani figli. Ma, indifferente a tutto quel che succede, lei continua la sua placida esistenza incollata al divano e assistita in ogni suo bisogno e capriccio da Fanny della quale non può certamente fare a meno.

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