Non starò a raccontarvi delle storie

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1978, Einaudi: ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO in 7 copertine

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

QSSP#1.3:

7 copertine per Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

di Massimo Scotti

 

Proust e gli oggetti, a cura di G. G. Greco, S. Martina, M. Piazza. Le Cáriti Editore 2012. Impaginazione e grafica: DMD. Copertina (part.), 1

Angeli veglianti

Le sette copertine della Recherche

nell’edizione Einaudi del 1978

3: Le fotografie scelte per Proust

Nelle redazioni Einaudi si lavorava quindi, contemporaneamente, su Proust e su Benjamin, si pubblicavano le letture in chiave modernista della Recherche e si scopriva infine che, nella tessitura del grande mito di Parigi, Benjamin medesimo aveva inserito sia Proust sia il vecchio fotografo Atget. Giulio Bollati, ideatore delle copertine einaudiane, si era recato all’Albertina di Vienna per ottenere le riproduzione delle immagini che illustrano l’edizione dei “Millenni”, e per la collana degli “Struzzi” scelse personalmente Atget. Devo questi ragguagli alla cortesia di tre persone che lavorano per l’Einaudi e che vorrei sentitamente ringraziare: Roberto Cerati, Fabrizio Farina e Agnese Incisa. Sono loro a conservare e preservare la memoria delle edizioni gloriose di un tempo; loro e Mariolina Bertini, curatrice di questa preziosa versione di Proust, alla quale sono molto grato per avermi indicato queste sottili connessioni.


Dunque, le sette copertine; ognuna ha uno schema fisso, caratterizzato dall’ovale che contraddistingueva, negli anni Settanta, la collana degli “Struzzi”. Quasi ogni immagine doveva rientrare in quella forma prestabilita, che delineava e modellava il campo visivo; una delle soluzioni più belle e più innovative, per esempio, è la stampa argentata che illustra il romanzo di Theodore Dreiser, Nostra sorella Carrie.

La didascalia per ciascun volume è laconica: “In copertina una fotografia di Eugène Atget”, come si addiceva alla riproduzione delle immagini di un artista allora non così noto al grande pubblico; ci accorderemo, in questa breve analisi, a tale indeterminatezza, che dopotutto è funzionale all’interpretazione: siamo lettori comuni che osservano, con un po’ più di attenzione rispetto al solito, copertine di libri appena comprati, e riflettono sul loro possibile significato, che fatalmente è destinato a sfuggire. I veri motivi della scelta erano custoditi nella mente di Giulio Bollati, che purtroppo non è più qui a rispondere a eventuali domande.

Nella prima, sembra che la forma delle foglie riproduca l’ovale in cui la composizione è racchiusa; un fiore si erge, solitario, a sovrastare l’insieme, e si potrebbe pensare all’occhio dell’autore che si eleva al di sopra di un mondo dormiente (come si sa, Proust amava scrivere di notte). Si potrebbe pensare anche un’allusione alla celebre Cattleya che diventa parte del gergo amoroso di Swann e di Odette, ma là era un’orchidea e qui una Capucine o nasturzio; è più importante in ogni caso sottolineare come la scelta dell’icona floreale alluda a uno dei titoli su cui Proust esitò più a lungo, per questo suo primo volume – Jardins dans une tasse de thé. L’idea del fiore, inoltre, è usualmente legata alla metafora germinativa dell’opera d’arte, che si accorda quindi al momento iniziale della composizione, magistralmente sintetizzata nella prefazione di Mariolina Bertini che spiega l’ardua genesi della Recherche e le sue prime disavventure editoriali; ma forse, indicando un’analogia tra fiore e floruit, siamo ancora, pericolosamente, dalle parti di Sainte-Beuve. Un ultimo dettaglio: la stessa fotografia verrà riprodotta, insieme a un ritratto di Proust, sul cofanetto che conterrà i sette volumi della Ricerca del tempo perduto.

Senza titolo

La seconda immagine di copertina presenta uno specchio d’acqua con barche abbandonate. Una scelta obliqua, che evita il prevedibile ricorso a una veduta delle coste normanne, sfondo della seconda parte di À l’ombre des jeunes filles en fleur, il “libro marino” di Proust. Un editore banale avrebbe optato per immagini di giovani donne, come per il primo volume avrebbe usato una veduta di strade periferiche o un dettaglio di paesaggio impressionista. La presenza dell’acqua, nell’immagine, è invece qui sottile e discreta; fluviale o lacustre che sia, viene utilizzata per le sue qualità riflettenti, come sarà ancora più evidente nell’immagine del terzo volume; in forma di specchio e di flusso, racchiude la doppia idea di memoria e scrittura, come i concetti di trasformazione e riverbero del gioco mondano, inerenti sia al mutamento di status di Odette, ora Madame Swann, sia al tout-Paris in vacanza nelle località balneari.

         Ancor più della prima fotografia, questa seconda si adatta con molta eleganza al taglio ovale, spezzato diagonalmente, nella parte bassa, dalla linea dello steccato. C’è un rapporto preciso con la terza, dicevamo, anch’essa percorsa da una retta secante (il bordo della piscina). Quest’ultima è, di tutte, l’immagine più “vuota”, quasi grafica, macchiata dalle vaste ombre scure degli alberi e dai corrispondenti riflessi nelle acque, con l’unica interruzione della balaustra e della statua sul lato sinistro. Se si vuole trovare una simbologia, qui appare evidente: una visione da lontano, come lontani, distanti, separati socialmente e fisicamente dalla fastosità della loro vita reclusa sono i Guermantes, irraggiungibili per quanto vicini di casa (con il cambiamento di abitazione del Narratore ha inizio il terzo volume della Recherche). Sono statue, monumenti aristocratici, giganti mondani, isolati da acque insondabili su una riva opposta. Il progressivo avvicinamento al loro mondo è l’argomento cardinale di questa terza parte dell’opera.

         C’è anche un’altra osservazione da fare, ed è di natura grafico-tipografica, concernente l’aspetto complessivo del libro in questione. I Guermantes è il più corposo dei sette volumi (690 pagine), ma anche quello che ha il titolo più breve, in italiano, insieme alla Fuggitiva (11 lettere). Si nota un perfetto equilibrio iconico tra la ponderosità del volume, il semivuoto sostanziale dell’immagine di copertina, la brevità del titolo, che inizia con l’articolo monovocalico, e la ripresa grandangolare della veduta del parco di Saint-Cloud. Fra l’altro, la fotografia stessa è databile, secondo le ricostruzioni, a un periodo compreso fra il 1915 e il 1919, l’epoca in cui Proust componeva Le côté de Guermantes, pubblicato in due parti, nel 1920 e 1921.

Senza titolo

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Non è certo solo in Sodome et Gomorrhe che si esplica, a dispetto del titolo, la tematica omosessuale, saffica e uranista, della Recherche, visto che la prima era annunciata dai rapporti segreti di Mademoiselle de Vinteuil già nel volume iniziale e si arricchirà di particolari lungo tutta la vicenda degli svelamenti successivi alla morte di Albertine, mentre la seconda – l’amore fra maschi – è ugualmente, profondamente esplorata seguendo gli episodi della vita di Charlus e dei suoi amanti; nel quarto volume della Recherche, però, si assiste alla “scoperta”, e quindi alla teorizzazione, del rapporto fra i ruoli, e all’analisi di alcuni comportamenti fissi. La figura stessa di Charlus, la teatralità dei suoi impulsi libidici, fanno pensare a un gioco di maschere – o di manichini, come quelli che adornano la vetrina raffigurata nell’immagine scelta per il quarto volume: corpi candidi e lignei, occhi vuoti e ammiccanti, sorrisi vitrei e bistrati. Il gioco sociale trova il suo corrispettivo distorto nel gioco sessuale, in cui i ruoli sono invertiti. Il nobile diventa schiavo del farsettaio, i mobili sacralizzati dalle memorie familiari diventano scenografia di amplessi illeciti o torture (tanto più voluttuose quanto più artificiali).  

C’è un rapporto preciso con il sesto volume, oltre che con quello precedente, il terzo: negli scenari deserti di tutte le fotografie, mai percorsi da esseri umani, si vedono solo simulacri di creature viventi, come la statua lontana dei Guermantes, i manichini, qui, e un’altra statua, in primo piano, nella Fuggitiva.

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Un interno, l’unico di tutta la serie, rimanda a quello in cui è costretta la prigioniera del volume omonimo. Ricco e claustrofobico, assiepato di oggetti e dominato da una grande specchiera sullo sfondo, il salotto presenta alcuni dettagli che fanno pensare a una stanza femminile (come l’abat-jour al centro dell’immagine), o comunque a un ambiente arredato per ospitare una donna. Due figure, in un grande quadro riflesso nello specchio, sembrano darsi le spalle: se così fosse – ma la fotografia non è abbastanza nitida perché si possa stabilirlo con certezza – sarebbe una perfetta allegoria del rapporto fra il Narratore e la sua prigioniera, amata e tiranneggiata. Marcel idolatrata Albertine senza cercare davvero di comprenderla, tenendola reclusa ma dandole, conoscitivamente, le spalle; se invece si trattasse di una statua riflessa in un altro specchio, l’ipotesi interpretativa non cambierebbe di molto, visto che la passione del Narratore è solipsistica e autoreferenziale. Albertine non è che una proiezione narcisistica del suo desiderio, e si svelerà nella sua vera natura solo nel ricordo, dopo la definitiva sparizione.

 

Senza titolo

Una Dea fuggente, dall’aria impaurita, illustra la copertina del sesto volume e costituisce l’immagine più trasparente di tutta la serie, in rapporto diretto con il titolo. Una vergine Diana cacciatrice, o forse una Atalanta in corsa, entrambe figure dell’androginia e della singolarità femminile che Albertine rappresenta; lo sfondo è invernale, fatto di alberi morti. La perdita dell’oggetto d’amore, la sua parvenza sfuggente eppure inerte, come la statua della fotografia, sono un perfetto commento della vicenda contenuta nel penultimo romanzo del ciclo; e notiamo inoltre che metà del viso femminile è in ombra, come resterà per sempre, agli occhi del Narratore, l’ambigua natura di Albertine. Nella serie fotografica si può cogliere infine un’allusione alla sequenza stagionale, dai fiori primaverili delle prime copertine, alla piena estate dei Guermantes, fino alle atmosfere invernali dei due volumi conclusivi.

 

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L’acqua che scorre sotto le arcate del ponte, nell’ultima immagine, rimanda al flusso del tempo e al senso della fine adombrato nei rami spogli che la sovrastano. Due arcate, come due movimenti temporali, verso il passato e verso il futuro; in direzione di quest’ultimo, secondo Deleuze, è proiettato l’intero arco noetico della Recherche.

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Angeli veglianti

Le sette copertine della Recherche

nell’edizione Einaudi del 1978

3: Le fotografie scelte per Proust

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

(Una breve, parziale, immersione nel té; la letteratura cambiò per sempre. Oggi, 14 novambre 2013, cent’anni fa. 

Evviva! Cent’anni dalla prima pubblicazione è un bell’anniversario da festeggiare. La Recherche ci ha cambiato tutte e tutti, che la si sia letta o meno, che la si sia annusata e lasciata lì o letta invece dalla prima pagina all’ultima e poi cercato ancora ogni riga scritta dal Marcel mai saziandosene. Senza la Recherche di Proust il critico gastronomico Anton Ego non avrebbe avuto la sua madeleine incarnata in un boccone di Ratatouille.

La Recherche è impossibile da leggere, oggi. La sua mole, le sue frasi che sembrano non finire mai. Eppure, proprio oggi, quando leggerla sembra essere diventato un atto estremo può essere più che mai necessario. La Recherche può essere il baluardo, la fortezza che ciascuno di noi sa che un giorno può alzare per difendere la natura fluida e maestosa del tempo, sbriciolato dalla nostra passione trionfante per la distrazione.

Così, approfittando dei cent’anni, FN ha aperto una nuova rubrica, affidata alle esperte mani di Giuseppe Girimonti Greco e Mariolina Bertini cui si affiancheranno altre mani e altre voci. Una rubrica che ospiterà cose diverse fra loro, pezzi difficili e frammenti d’occasione, materiali recuperati che si pensavano perduti, appunti, giochi, che, sia che noi si sia folli di Proust sia che noi si sia sospettosi e scettici, sappia tenerci nei pressi, tenerci in allerta, a dirci che Alla ricerca del tempo perduto è là, per noi, da cento anni.

Naturalmente, abbiamo cominciato parlando di copertine)

[F. N.]

(Cent’anni fa, ma proprio cent’anni giusti, il 14 novembre 1913, usciva a spese dell’autore il primo volume di un ampio ciclo romanzesco, A la recherche du temps perdu, Alla ricerca del tempo perduto. Quell’autore era Marcel Proust e il titolo di quel primo volume era Du côté de chez Swann, tradotto da Natalia Ginzburg come La strada di Swann [Einaudi, 1946] e da Bruno Schacherl [Sansoni, 1946] (curiosamente) come Casa Swann.

Vari editori avevano garbatamente rifiutato il manoscritto. André Gide, che aveva espresso un parere negativo per conto di un editore prestigioso, non si perdonò mai di aver commesso “il più grande errore della sua vita”, ma il tempo – galantuomo – ha vendicato Proust: se Gide vanta ormai ben pochi lettori, l’autore della Recherche è ancora oggi misteriosamente di moda; misteriosamente perché Quello Strano Signor Proust non è certo uno scrittore ‘semplice’, anzi, la sua scrittura rifugge dalla semplicità.

In tempi di concisioni estreme, di riduzioni di tutto al cicaleccio di twitter, è difficile pensare a un autore più lontano da un mondo che gli avrebbe fatto semplicemente orrore.

Il testo che abbiamo scelto per festeggiare a modo nostro la ricorrenza parla di una splendida edizione Einaudi della Ricerca, impreziosita da apparati critici di Mariolina Bertini, e uscirà in quattro puntate.

Ringraziamo sentitamente l’editore Le Cariti di Firenze, e in particolare Mascia Cardelli, per averci accordato il permesso di riprendere in questa sede un’intera ‘voce’ del volume Proust e gli oggetti (a cura di G. Girimonti Greco, S. Martina e M. Piazza, 2012).

Il titolo che è stato scelto per questa nuova rubrica di FN è un omaggio a uno dei più bei libri che siano mai stati scritti sul nostro festeggiato (Céleste Albaret, Monsieur Proust, Paris, Laffont, 1973). Ma sulla ‘stranezza’ del Signor Proust – queer o non queer, questo è il dilemma – ancora molto ci sarebbe da dire… Buona lettura

[Giuseppe Girimonti Greco, Massimo Scotti]

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Il ritratto di Proust, logo della serie, è di Paola Monasterolo

 

I volumi fotografati sono stati gentilmente prestati a FN da Camilla Vallet

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