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18: CARSON McCULLERS / Orologio senza lancette

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Carson McMullers, OROLOGIO SENZA LANCETTE. Guanda 1982. Prosa contemporanea 18.
Carson McMullers, Orologio senza lancette, Guanda, Milano 1982. 213 pp.; 20 cm x 12 cm; (Prosa contemporanea 18)
Titolo originale: Clock without Hands
Traduzione di Franca Cangoni
Brossura con bandelle
Alla copertina: Fernandez Arman, Serici tempi moderni: accumulazione d’ingranaggi (1965)
Stampa: novembre 1982
Stampatore: Tipolitografia Lodigraf s.p.a di Lodi
Copyright by Carson McCullers, 1961
© 1982 Ugo Guanda Editore S.p.A, via Daniele Manin 13, Milano
Lire: 10.000
Copia in ottimo stato.

[M. M.]

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Alla bandella di copertina:

Nella primavera 1959, quando la incontrai, Carson McCullers lavorava con disperazione a questo romanzo, l’ultimo che avrebbe portato a compimento. Stanca, semiparalizzata, quasi reclusa nella sua casa di Nyack dal grande giardino – un’isola di Sud nativo a un’ora da Manhattan – sedeva quotidianamente alla macchina da scrivere a comporre con una sola mano quest’opera sulla morte, lei che contro le ombre inquietanti dei propri morti e contro il proprio morire fisico lottava ogni minuto, come mi segnalavano i suoi silenzi di angelo in guerra con se stesso… Andandomene, quel giorno, mi parve di aver fatto visita a una Emily Dickinson novecentesca, ironica fumatrice di sigarette alla menta e bevitrice di bourbon, molto pubblicata, eppure altrettanto solitaria e insondabile, altrettanto eroica nel far coincidere l’esistere con il respiro poetico. Quel volto devastato di adolescente, quegli occhi castani grandi e fieramente vigili, la vestaglia di seta portata come un saio: un’altra «monaca deviante», un altro prodigioso freak della letteratura americana, una nuova leg­genda destinata a cancellazioni e a sopravvivenze imprevedibili. Pubblicato nel 1961, Orologio senza lancette fu ansiosamente elogiato e cautamente attaccato come l’atto estremo di una volontà indomabile, un testa­mento più che un romanzo. Il conflitto tra bianchi e neri, tra pubblico e privato, tra storia e coscienza in­dividuale, parve anomalo in una produzione narrativa fino allora esclusivamente attenta alle solitudini e alle devianze del «cuore». Il progetto letterario di Carson McCullers, il miraggio di una prosa esatta come una matematica dell’inconscio, «precisa come un numero telefonico», sembrò violato o disatteso. E invece, a vent’anni di distanza, è il rigore di teore­ma, è l’ordine quasi astrale da Carson McCullers im­posto alle passioni dei suoi personaggi – gli amanti non riamati, i razzisti insaziati, i testardi portatori del sogno di uguaglianza – che scorgiamo nitida­mente nel romanzo. Quelle che allora furono de­nunciate come discrepanze ci colpiscono oggi come volontarie spaccature di silenzio: crateri di un pae­saggio esplorato per la prima e l’ultima volta in quell’attimo lunghissimo di lucidità, premonitore del morire, di cui l’orologio senza lancette scandisce la durata accecante. Scegliere la vita alla presenza della morte, sperare attivamente l’insperabile, è qui, per Carson McCullers, il gesto unificante di sal­vazione, la sola possibilità di sfida alla violenza pubblica e privata.

Marisa Bulgheroni

Alla bandella della quarta di copertina:

Carson Smith McCullers nacque nel 1917 a Colum­bus, Georgia, una piccola città del Sud simile a quelle che faranno da fondale ai suoi romanzi. A 17 anni partì per New York con l’intenzione di continuare gli studi musicali iniziati da bambina; derubata del suo denaro, frequentò i corsi serali di «creative writing» alla Columbia University, mantenendosi con vari mestieri. Nel 1936 esordì sulla rivista «Story» con il racconto Wunderkind; nel 1937 sposò James Reeves McCullers, di cui assunse il cognome; nel 1940 si conquistò una fama precoce con il romanzo II cuore è un cacciatore solitario; seguirono Riflessi in un occhio d’oro (1941), di cui John Huston darà una versione cinematografica nel 1967; Invito di nozze (1946), che sarà rappresentato nel 1950 nella versio­ne teatrale curata dall’autrice; La ballata del caffè triste (1951), da cui Edward Albee trarrà una com­media nel 1962.Il suicidio del marito nel 1953, seguito, a due anni di distanza, dalla perdita della madre, segnò per Carson McCullers una lunga fase di dolore e di silen­zio, aggravata da sempre più frequenti minacce alla salute fisica e psichica. Orologio senza lancette, scrit­to negli anni della solitudine nella casa di Nyack, New York, fu pubblicato nel 1961; nel 1958 era stato rappresentato con scarso successo un testo teatrale, The Square Root of Wonderful. Nel 1967 la morte col­se Carson McCullers impegnata in nuovi, incom­piuti progetti. Nel 1971 la sorella, Margarita G. Smith, ha curato la prima opera postuma, una rac­colta di inediti dal titolo The Mortgaged Heart.

 

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