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ELIO VITTORINI, scrittore-editore

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Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
2.1: Elio Vittorini, scrittore-editore

 

 

«Io non ho mai aspirato “ai” libri; aspiro “al” libro; scrivo perché credo in “una” verità da dire; e se torno a scrivere non è perché mi accorga di “altre” verità che si possono aggiungere, e dire “in più”, dire “inoltre”, ma perché qualcosa che continua a mutare nella verità mi sembra esigere che non si smetta mai di ricominciare a dirla».

(E. Vittorini, Diario in pubblico, 1999, p.334)

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È difficile analizzare nel suo complesso la figura di un riformatore letterario velleitario e risoluto quale fu Elio Vittorini, eppure la sua coraggiosa discussione sul mondo, unita alla pratica costante della scrittura, rende lo studio della sua figura una delle esperienze più affascinanti.

Scrittore engagé, autodidatta irregolare, terapeuta della letteratura o ancora editore iper-lettore ( nella fortunata espressione di Alberto Cadioli), sono tanti e diversi gli appellativi che la fitta mole di studi su Vittorini ha via via affibbiato a uno dei personaggi forse meno etichettabili della storia della letteratura.

Vittorini ha parlato molto di sé e del suo modo di vedere quel ruolo centrale e autonomo della letteratura, e lo ha fatto soprattutto attraverso l’editoria; ha scritto un’autobiografia raccontata ai suoi lettori stranieri, ha discusso insieme al suo pubblico di militanza culturale stravolgendo uno dei generi intimistici per antonomasia, il diario, e ha anche rilasciato numerose interviste in cui torna a riflettere sulla sua vita, sulla sua formazione culturale e sul suo lavoro di intellettuale. Ma è stato anche ampliamente raccontato, in studi, monografie, articoli ed epistolari. Tornare a rileggere alcuni di questi scritti, sembra allora utile per tentare di ricostruirne i lineamenti in uno studio che non pretende di essere esaustivo, ma che cerca di tracciare un percorso critico.

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Elio Vittorini nacque a Siracusa il 23 luglio del 1908. Bambino sognatore in mezzo alle stazioni assolate del padre ferroviere imparò come il piccolo Robinson di Defoe – romanzo letto in una riduzione per ragazzi – a esaminare l’orma di una società offesa e inquieta, con la voglia di perdersi in essa per raccontarla.

Costruttore di una scrittura investigativa, critica ma consapevole, esordì come rondista prima e malapartiano (La Fiera Letteraria) poi, unendo quelle due anime di “letterato” e “ideologo” che lo avrebbero caratterizzato per tutta la vita. Firenze, Milano, Torino, il fascismo, la prigionia e la Resistenza, tutti squarci di vita racchiusi in pagine che hanno fatto la storia della letteratura del ‘900: “Conversazione in Sicilia” (1941), “Uomini e no” (1945), “Le donne di Messina” (1949) e “Le città del mondo” (1965), alcuni dei suoi romanzi più celebri, che lo elessero narratore di un realismo novecentesco magico e simbolico in cui la società era capace di rispecchiarsi… e di disorientarsi.

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Vittorini lavorò senza sosta sulla letteratura attraverso i suoi libri e nella letteratura attraverso i libri degli altri. Ed è proprio il Vittorini dell’industria editoriale che vogliamo analizzare, e cioè quel Vittorini animatore culturale che negli anni d’oro dell’editoria italiana guidò con genialità e spregiudicatezza, durezza e sperimentazione, apertura e ostinata intransigenza una cultura come “fatto collettivo”.

L’esperienza editoriale di Elio Vittorini è ritratta in tutta la sua completezza e complessità nella magistrale monografia di Giancarlo Ferretti (L’editore Vittorini, Einaudi, 1992), il quale ripercorre l’itinerario intellettuale dello scrittore nel trentennio cruciale della sua attività: dal 1933, anno della sua prima traduzione per Mondadori nella collana “Medusa”, fino alla morte, avvenuta negli anni conclusivi della rivista einaudiana «Il Menabò» (1966).

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Vittorini esercita all’interno dell’industria editoriale tutte le possibili funzioni, passando da mansioni pratiche e organizzative a ruoli di grande responsabilità presso le case editrici Bompiani, Mondadori ed Einaudi: traduttore, curatore, correttore di bozze, redattore, consulente, inventore e direttore di collane e riviste; egli anticipa e riassume parte degli sviluppi successivi dell’editoria italiana, senza contaminare o alternare, anche solo temporaneamente, le sue due personalità di autore ed editore.

«La cultura non è una professione per pochi: è una condizione per tutti, e completa l’esistenza dell’uomo» scriveva Vittorini nei risvolti della collana “Corona” Bompiani all’alba degli anni Quaranta; e come tale tentò di portarla a interessarsi di tutti i concreti problemi sociali, non per il gusto di giustificarli ma per l’impegno di spiegarseli.

In quest’ottica bisogna infatti inquadrare il messaggio del dirompente e futuristico settimanale «Politecnico», edito da Einaudi nel dopoguerra, e i carteggi con i grandi protagonisti dello Struzzo, con i quali Vittorini distribuì per anni benzina culturale per i giovani ( e non solo) scrittori.

Cesare Pavese, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, alcuni dei grandi nomi con cui condivise le peripezie della Casa-laboratorio di Giulio Einaudi, quell’ambiente fecondo di idee nel quale portare avanti il progetto di una letteratura come risorsa di tanti, e non come club privato nel quale erigersi presidente.

Da ottimo operatore culturale nel campo editoriale, intuì tra i primi il valore comunicativo che portava con sé il risvolto di copertina, utilizzando con infaticabile lavorio la scrittura di servizio contenuta in brevi e discrete bandelle, per rielaborare nuove idee, per promuovere gli autori e i contenuti che secondo lui meritavano particolare attenzione, per pubblicizzarli e assieme sperimentare nuovi dialoghi tra scrittori, editori e lettori.

Così fece negli anni Cinquanta, attraverso i risvolti dei “Gettoni” Einaudi, collana sperimentale di narrativa ideata dallo stesso Vittorini, che presentò in soli sette anni di vita un’intera generazione di scrittori italiani, capaci di rinnovare il neorealismo populista degli anni Quaranta con la spontaneità di un narrare non più consolatorio ma esploratore.

E sarà la lingua e lo stile inconfondibile dei risvolti vittoriniani l’oggetto della nostra prossima indagine: una breve incursione nella tradizione letteraria di un genere che ha ormai una storia, disseminata di eroismi, viltà e compromessi.

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Scannerizzazioni da:
– VITTORINI E., Gli anni del ”Politecnico”. Lettere 1945-1951, Minoia C. ( a cura di), Einaudi, Torino, 1977.
– Ferretti G.C., L’editore Vittorini, Einaudi, Torino, 1992.
–  Crovi R., Vittorini cavalcava la tigre, Avagliano, Roma, 2006.

 

 

 

 

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